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Karel Vereycken rewarded in Milan, calls for a “New Renaissance”

Dear organizers, dear colleagues, honorable guests,

First congratulations to all of you and especially to the print-makers because we are becoming rare. This is my etching on copper the « Flemish Fisherman » (image on a large screen).

Karel Vereycken, Flemish Fisherman, etching on copper (left, page 38 of catalogue).

It is with great honor and an immense pleasure that I attend this important event and accept this kind award. Allow me to congratulate the organizers for this initiative.

Never has there been a more appropriate moment to pay tribute to the Renaissance genius Leonardo da Vinci, because today, in these dark times of war, corruption and depredation, it is an absolute urgency that we, the artists and the art-lovers, return to the highest standards.

Where stands the world today? We have entered the century of absolute fakery, with fake news and fake currencies being produced by fake elites using fake intelligence but pushing the real world to real wars against real human beings.

Even worse for the arts, the fact that killing, murder, war and even genocide are promoted on internet as aesthetic artifacts for sale.

Let’s wake up

Already in 1789, while revolutions swept over Europe, the German poet Friedrich Schiller, in a poem, underscored the importance of ART:

Therefore, a new Renaissance is not just a nice thing to dream about. It has to be undertaken once again, to re-humanize mankind and to recreate the required empathy for dialogue and mutual understanding.

Milan is one of the perfect places to play a major role in such a new Renaissance.

Because it was here, in the palace of Ludovico Sforza, that a brilliant young female poet, Cecilia Gallerani, whose portrait we know from the “Lady with the Ermine”, recruited Leonardo da Vinci to her musical, poetical and philosophical discussions, an encounter that clearly marked da Vinci’s rise as a towering genius. For him, just as for the renaissance thinker Nicholas of Cusa, whose writings were read here, we have to learn how to read the invisible macrocosmos in the microcosmos.

The world needs new Cecilia’s and new Leonardo’s.

Let us end the “Century of Fakery” now by organizing together, with art contests of the best kind, a new Renaissance honoring beauty and inner dignity. That is the challenge for all of us today.

Thank You,

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L’ombra di Vernadsky nella Sant’Anna di Leonardo da Vinci

Di Karel Vereycken

(First published in Italian on the italian Movisol website)

Nel marzo del 1821, il poeta inglese Percy Bysshe Shelley concluse il suo scritto « Difesa della poesia » con questo concetto visionario:

Ci proponiamo di esaminare qui, da questo punto di vista, il capolavoro di Leonardo da Vinci (1452-1519, « La Vergine con Bambino e Sant’Anna », attualmente al Louvre).

Non ci si stanca mai di contemplare questo capolavoro. Il dipinto raffigura Sant’Anna, sua figlia Maria e Gesù Bambino che abbracciano un agnello sacrificale, simbolo della sua missione: liberare l’umanità dal peccato originale.

Leonardo da Vinci non creò questo dipinto per un principe, un duca, un cardinale o un papa, ma per se stesso, e come tale lo lasciò in eredità all’umanità.

Dopo aver esaminato le ricerche più recenti, Vincent Delieuvin , lo storico francese del Louvre, giunse nel 2000 a questa sorprendente conclusione: Leonardo accolse con favore il ritorno del regime repubblicano a Firenze, di cui Sant’Anna era la protettrice.1

Benché l’opera sia rimasta praticamente incompiuta alla sua morte nel 1519, sappiamo che Leonardo da Vinci iniziò a lavorarci nel 1503 (all’età di 51 anni), mentre viveva a Firenze. Re Francesco I non rubò il dipinto, ma rubò il suo creatore, che lo portò con sé in Francia per completarlo.

Lo spettatore è immediatamente colpito da un potente, quasi inquietante, senso di movimento, da una sensazione di amore supremo e di grande bellezza. Pur raffigurando delle figure delle Sacre Scritture (Sant’Anna, la Vergine Maria, Cristo) anziché illustrare una particolare sequenza liturgica (che, peraltro, non esiste), l’opera scaturisce chiaramente da una profonda concezione filosofica.

Cercherò di convincervi che esiste un « lungo arco storico » , una coerenza intellettuale tra persone e menti che non si sono mai incrociate e non si sono mai parlate, ma le cui intuizioni e i cui progressi epistemologici coincidono.

Il capolavoro di Leonardo da Vinci appare, a mio avviso, come una sorta di anello mancante tra la visione di Dio e della creazione di Niccolò Cusano e il concetto di « noosfera » di Vladimir Vernadsky, passando per l’idea di « cosmo » di Alexander von Humboldt. A prima vista, questo potrebbe sembrare azzardato, ma permettetemi di approfondire.

Un’unità

Cosa si può mai unire questi quattro brillanti intellettuali, Cusano, Leonardo da Vinci, Alexander von Humboldt e Vernadsky? Tutti e quattro erano convinti che l’universo fosse un tutto vivente, unificato e armonioso.

Nel suo trattato *Sulla dotta ignoranza* (1440), il cardinale tedesco Niccolò Cusano (1401-1464) , pensatore di spicco e figura di riferimento nei grandi concili ecumenici, nonché nel Rinascimento italiano ed europeo, inizia con questo simbolo: Dio è il « massimo assoluto » e l’unità perfetta ( unio ). In quest’unità, tutte le distanze, le divisioni e le contraddizioni si trasformano e si fondono nell’unione. L’Universo è l’immagine contratta di quest’unità e di questo massimo assoluto. Come uno specchio, è il massimo « contratto » perché non comprende tutte le cose, ma solo tutte le cose al di fuori di Dio, tutte le cose create. Il filosofo usa i termini *complicatio * (avvolgimento) ed *explicatio* (svolgimento) per spiegare che tutte le cose sono avvolte in Dio (la fonte) e dispiegate nel mondo. Il mondo, il cosmo e il tempo geologico sono lo svolgimento dell’unità di Dio.

Sulle orme di Cusano, Leonardo da Vinci (1452-1519) affermò con forza: « Comprendete che ogni cosa è connessa a ogni altra ». Per lui, il progresso significava unificare campi diversi come l’arte, l’anatomia e l’ingegneria in una comprensione completa e coerente. L’artista-ingegnere incoraggiò i suoi contemporanei a imparare a percepire i legami che uniscono la natura, l’arte, la scienza e l’anima umana. L’osservazione permise a Leonardo di scoprire le cause invisibili dietro gli effetti visibili e di immaginare e verificare ipotesi creative. In particolare, postulò che il corpo umano potesse essere una versione in miniatura (microcosmo) della Terra (macrocosmo), osservando che la ramificazione dei vasi sanguigni nell’uomo rispecchia gli affluenti dei fiumi, così come i movimenti del corpo imitano le maree. A suo avviso, la Terra è un organismo vivente con « carne » (il suolo), « ossa » (gli strati rocciosi) e « sangue » (le vene d’acqua). Studiò il volo degli uccelli e il movimento dell’acqua, convinto che entrambi obbedissero alle stesse leggi della fisica dei fluidi. L’arte è una scienza e la scienza è un’arte, entrambe strumenti per comprendere le leggi fondamentali del mondo. Per Leonardo da Vinci, i pittori dovevano possedere l’intero cosmo nella mente e nelle mani per riflettere veramente la bellezza, l’armonia e la complessità della natura. Per lui, il movimento è l’essenza stessa di un universo vivo e in continua espansione. Studiò i motivi a spirale presenti in ogni cosa, dai fiori ai riccioli dei capelli ai vortici dell’acqua, nel tentativo di comprendere come la forza vitale generi forme diverse. Infine, considerava la stagnazione una forma di declino, osservando che « il ferro arrugginisce per mancanza di utilizzo » e che « l’inazione prosciuga il vigore della mente ».

Anche il naturalista e rivoluzionario tedesco Alexander von Humboldt (1769-1859) si sforzò di comprendere come i vari fenomeni naturali, nonostante la loro apparente indipendenza, formino un sistema armonioso e unificato. Parlò di un « sistema terrestre » in cui clima, flora, fauna e vita umana sono interdipendenti. Humboldt credeva che esistesse un « legame intrinseco » tra il generale e il particolare, che gli permetteva di percepire l’interconnessione tra diverse regioni e climi. Nella sua ultima opera in cinque volumi, Cosmos (1845-1858), descrisse la natura come un « soffio di vita » e un « tutto organico », e vide l’intero universo – fisico e celeste – come un « sistema magnificamente ordinato e armonioso ». Come Cusano e Leonardo da Vinci, sostenne che una comprensione scientifica dei processi naturali accresce il nostro apprezzamento per la loro bellezza.

Per il geofisico russo-ucraino Vladimir Vernadsky (1863-1945) , la vita è eterna e inseparabile dal cosmo, non solo dalla Terra. Considerava la materia vivente come un « fenomeno cosmico » sorto altrove o da sempre esistente, che plasma l’ambiente chimico dei pianeti. La biosfera circonda la Terra come un « involucro saturo di vita », dove organismi viventi e materia inerte interagiscono costantemente, inseparabilmente e dinamicamente. La fase successiva dell’evoluzione è descritta come la transizione dalla biosfera alla « noosfera », dove l’attività umana razionale, la scienza e la tecnologia diventano la principale forza geologica che modella il pianeta. Vernadsky era convinto che il futuro dell’umanità dipendesse dal riconoscimento di questa unità, suggerendo che il pensiero umano fosse una naturale estensione dei processi geologici e cosmici.

Ora diamo un’occhiata al dipinto

È tenendo presente questo « lungo arco di storia » che l’osservatore attento può scorgere l’ombra di Vernadsky nella Sant’Anna di Leonardo.

Decifrare:

  1. Lo sfondo del dipinto raffigura creste scoscese dall’aspetto preistorico, ispirate agli studi di Leonardo sulle Dolomiti e sulle Alpi. Questo paesaggio arido, roccioso, quasi lunare, è stato descritto dagli storici come « fantastico » o « metafisico ». Come testimoniano i suoi taccuini, Leonardo era interessato a rappresentare i movimenti « invisibili » , non solo delle anime, ma anche di fenomeni fisici come il tempo, e più specificamente, il tempo geologico. Come si sono formate le montagne, ad esempio? Per altri, questo paesaggio « morto » o lunare dello sfondo – ciò che Vernadsky chiamerebbe « litosfera » – serve solo a mettere in risalto gli altri elementi della composizione.
  2. Di fronte a questo paesaggio, sulla destra, si erge un albero, la prima indicazione della biosfera, ma una semplice tappa in un processo evolutivo di sviluppo accelerato del cosmo.
  3. Di seguito, l’agnello (simbolo religioso del sacrificio di Cristo) rappresenterebbe una forma superiore di coscienza di questa biosfera.
  4. Poi appare Gesù, che, nella sua incarnazione come bambino, rappresenta solo una sorta di coscienza ingenua, una mera potenzialità per il suo sviluppo futuro.
  5. La Vergine Maria è raffigurata in una posa paradossale, che illustra perfettamente ciò che il pensatore americano Lyndon LaRouche definì un « cambiamento a metà movimento » , ovvero un momento ambiguo di indecisione tra movimenti apparentemente opposti. Il gesto maestoso, amorevole e protettivo di Maria, e il suo abbraccio a Gesù, coincidono con il suo profondo desiderio di concedergli tutta la libertà di movimento necessaria per compiere la sua sacra missione.
  6. Sant’Anna, sulla vetta, colma di gioia divina, sorride mentre contempla il gesto aggraziato di sua figlia Maria e l’amore che ella nutre per Cristo. Gioisce di essere, in un certo senso, l’anima « noosferica » consapevole di un Cosmo divino e vivente, dove il Creatore concepisce incessantemente nuove forme per la Sua creazione e gradi sempre più elevati di consapevolezza della Sua stessa natura creativa. Gli allineamenti circolari delle catene montuose lunari risuonano visivamente con gli anelli armoniosi formati da braccia e vesti in una spirale a cascata.

Anche scrittrici come Viviane Forrester , il cui lavoro2 è contaminato da perniciose interpretazioni moderniste e freudiane, e che affermano erroneamente che siamo ingannati dalla « sciocca » gentilezza di Maria (p. 19), riconoscono tuttavia intuitivamente che c’è qualcosa di molto speciale in quest’opera, una sorta di unità che la scrittrice descrive, in mancanza di una parola migliore, come « organica ».

Questo momento organico, osserva, appare allo spettatore come un « momento congelato » di un « movimento transitorio » .

La nascita di un fungo

L’eccessiva enfasi posta sul fatto che Leonardo da Vinci fosse un genio « autodidatta » ha in qualche modo trascurato la ricerca sulle influenze intellettuali di cui ha beneficiato.

La sua prima esperienza fu l’apprendistato presso Andrea del Verrocchio (1435-1488) , la cui bottega fiorentina era modellata su quella del suo precettore, il dotto scultore Lorenzo Ghiberti (1378-1455) , dove gli studenti studiavano astronomia, poesia, architettura, scultura, pittura, fusione del bronzo, metallurgia, chimica, anatomia e leggevano i classici.

In seguito, a Milano, come pittore di corte, Leonardo fu « adottato » dalla giovane Cecilia Gallerani (1473-1536) , amante prediletta (ma non l’ultima) del duca Ludovico Sforza , detto Ludovico il Moro, duca di Milano.

Nacque a Siena in una famiglia numerosa, il cui padre, Fazio Gallerani, non era un nobile ma ricoprì diverse posizioni importanti alla corte di Milano, in particolare quella di ambasciatore presso le repubbliche di Firenze e Lucca.

Cecilia, insieme ai suoi sei fratelli, ricevette un’istruzione in latino e letteratura. È nota soprattutto per aver ispirato il dipinto di Leonardo da Vinci « Dama con l’ermellino » (circa 1489), un’opera in cui il senso del movimento prevale già sulla rappresentazione statica. Si narra che, durante una seduta, invitò Leonardo a unirsi al circolo letterario che ospitava a Palazzo Carmagnola, dove presiedeva dibattiti intellettuali con filosofi, poeti e musicisti.

Compositrice di opere musicali e poetiche, oratrice in latino e italiano fin dall’età di 16 anni, rinomata per il suo spirito e la sua erudizione, è considerata una delle donne più colte del Rinascimento italiano.

Benché quasi tutta la sua opera sia andata perduta, rimane nella nostra memoria come una figura di spicco della lingua italiana, grazie alla sua maestria nella letteratura e nella poesia.

Il poeta di corte Bernardo Bellincioni (1452-1492) , amico di Leonardo, ne elogiò il talento letterario, arrivando a paragonarla alla celebre poetessa greca Saffo, che si dice abbia ispirato Platone.

La Corte di Milano e i suoi mecenati attrassero e incoraggiarono anche altri artisti e scienziati, tra cui l’architetto Donato Bramante, il matematico e amico di Leonardo da Vinci, Luca Pacioli, la dotta duchessa Beatrice d’Este, il poeta Bernardo Bellincioni e l’umanista e pedagogista Francesco Filelfo.

Cecilia Gallerani fece conoscere a Leonardo da Vinci le idee di Cusano? Non lo sappiamo, ma senza dubbio aveva sia la capacità che l’opportunità di farlo.

Il Codice Trivulziano di Leonardo (1487-1490), compilato a Milano in questo periodo, segna una svolta. Fino ad allora, l’artista aveva spesso sostenuto con veemenza la superiorità della pittura rispetto alla poesia. Tuttavia, dopo la sua frequentazione con Cecilia, il Codice Trivulziano rivela il suo desiderio di migliorare drasticamente le sue capacità letterarie, fino ad allora piuttosto modeste, compilando lunghe liste di parole erudite, inclusi termini latini, tratti da autorevoli fonti lessicali e grammaticali. A quanto pare, considerava questo un prerequisito che gli avrebbe permesso di descrivere con precisione scientifica i fenomeni che avrebbe scoperto in seguito.

Circa vent’anni dopo la morte di Leonardo da Vinci, si narra che l’orafo e scultore Benvenuto Cellini (1500-1571) abbia dichiarato:

Come ha concluso un ricercatore:

Il mondo ha bisogno di nuove Cecilia Gallerani e nuovi Leonardo da Vinci. Sei pronto ad accettare questa sfida?

  1. Vincent Delieuvin, La Vergine, il Bambino Gesù e Sant’Anna, nota come Sant’Anna, sito web del Louvre.
    https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010066107 ↩︎
  2. Al Louvre con Viviane Forrester, La Vergine con Bambino e Sant’Anna , dossier preparato da Cécile Scailliérez, Servizio Culturale del Louvre, Symogy, Editions d’Art, Parigi, 2000. ↩︎
  3. Marianne Tregouët , Cellini alla corte di Francesco I (1540-1545): I meccanismi di una disgrazia , dicembre 2024, HAL Id: dumas-04797814 https://dumas.ccsd.cnrs.fr/dumas-04797814v1 ↩︎
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L’ombre de Vernadski dans la Sainte Anne de Léonard de Vinci

Par Karel Vereycken

En mars 1821, le poète anglais Percy Bysshe Shelley concluait son poème « Défense de la poésie » par ce concept visionnaire :

Nous vous proposons d’examiner ici, de ce point de vue, le chef-d’œuvre de Léonard de Vinci (1452-1519), « La Vierge à l’Enfant avec sainte Anne », actuellement au Louvre.

On ne se lasse jamais de contempler ce chef-d’œuvre. Le tableau représente sainte Anne, sa fille Marie et l’Enfant Jésus enlaçant un agneau sacrificiel, symbole de sa mission : libérer l’humanité du péché originel.

Léonard de Vinci n’a pas réalisé ce tableau pour un prince, un duc, un cardinal ou un pape, mais pour lui-même, et à ce titre, l’a légué en héritage à l’humanité.

Après avoir passé en revue les dernières recherches, Vincent Delieuvin, l’historien français du Louvre, est arrivé en 2000 à cette conclusion étonnante : Léonard salue le retour du régime républicain à Florence, dont Sainte-Anne était la protectrice.1

Si l’œuvre resta quasiment inachevée à sa mort, en 1519, on sait que Léonard de Vinci commença à y travailler en 1503 (il avait 51 ans), alors qu’il vivait à Florence. Le roi François Ier ne vola pas le tableau, mais en vola l’auteur, qui l’emporta avec lui en France pour le terminer.

Le spectateur est immédiatement saisi par un sens puissant de mouvement presque troublant, un sentiment d’amour suprême et de grande beauté. Si elle met en scène des figures des Saintes Écritures (sainte Anne, la Vierge Marie, le Christ) plutôt que d’illustrer une séquence liturgique particulière (par ailleurs inexistante), l’œuvre elle-même jaillit manifestement d’une profonde conception philosophique.

Je vais tenter de vous convaincre qu’il existe un « long arc de l’histoire », une cohérence intellectuelle entre des personnes et des esprits qui ne se sont jamais croisés et ne se sont jamais parlé, mais dont les intuitions et les avancées épistémologiques s’accordent.

Le chef-d’œuvre de Léonard de Vinci apparaît, à mon sens, comme une sorte de chaînon manquant entre la vision de Dieu et de la création de Nicolas de Cues (Cusanus) et le concept de « noosphère » de Vladimir Vernadski, en passant par l’idée de « cosmos » d’Alexander von Humboldt. De prime abord, cela peut paraître farfelu, mais permettez-moi de développer.

Une unité

Qu’est-ce qui peut donc unir ces quatre intellectuels de génie, Cusanus, Léonard de Vinci, Alexander von Humboldt et Vernadski ? Tous quatre étaient convaincus que l’univers est un ensemble vivant, un et harmonieux.

Cusanus.

Dans son traité De la docte ignorance (1440), le cardinal allemand Nicolas de Cues (1401-1464), penseur et acteur majeur des grands conciles œcuméniques ainsi que de la Renaissance italienne et européenne, part de ce symbole : Dieu est le « maximum absolu » et l’unité parfaite (unio). Dans cette unité, toutes les distances, divisions et contradictions se changent et se fondent en union. L’Univers est l’image contractée de cette unité et de ce maximum absolu. Comme un miroir, il est le maximum « contracté » car il ne comprend pas toutes choses, mais seulement toutes choses hors de Dieu, toutes choses créées. Le philosophe emploie les termes complicatio (enveloppement) et explicatio (déploiement) pour expliquer que toutes choses sont enveloppées en Dieu (la source) et déployées dans le monde. Le monde, le cosmos et le temps géologique sont le déploiement de l’unité de Dieu.

Léonard de Vinci, modèle probable du David de Verrocchio.

S’engageant sur la voie ouverte par Cues, Léonard de Vinci (1452-1519) affirme avec force : « Comprenez que tout est lié à tout. » Pour lui, progresser signifie unifier différents domaines comme l’art, l’anatomie et l’ingénierie en une compréhension globale et cohérente. L’artiste-ingénieur invite ses contemporains à apprendre à percevoir les liens qui unissent la nature, l’art, la science et l’âme humaine. L’observation permet à Léonard de découvrir les causes invisibles au-delà des effets visibles, et d’imaginer et tester des hypothèses créatives. Il postule notamment que le corps humain pourrait être une version miniature (microcosme) de la Terre (macrocosme), en observant que la ramification des vaisseaux sanguins chez l’homme reflète les affluents des rivières, tout comme les mouvements du corps imitent les marées. À ses yeux, la Terre est un organisme vivant doté d’une « chair » (le sol), d’« os » (les strates rocheuses) et de « sang » (les veines d’eau). Il étudie le vol des oiseaux et les mouvements de l’eau, convaincu que les deux obéissent à une même physique des fluides. L’art est une science et la science est un art, tous deux étant des outils pour comprendre les lois fondamentales du monde. Pour Léonard de Vinci, les peintres doivent posséder le cosmos tout entier dans leur esprit et leurs mains pour refléter véritablement la beauté, l’harmonie et la complexité de la nature. Pour lui, le mouvement est l’essence même d’un univers vivant en pleine expansion. Il étudie les motifs en spirale présents dans toute chose, des fleurs aux boucles des cheveux en passant par les tourbillons de l’eau, pour tenter de comprendre comment la force vitale engendre les différentes formes. Enfin, il considère la stagnation comme une forme de déclin, notant que « le fer rouille par manque d’usage » et que « l’inaction sape la vigueur de l’esprit ».

Alexander von Humboldt, auto-portrait.

Le naturaliste et révolutionnaire allemand Alexander von Humboldt (1769-1859) s’est lui aussi efforcé de comprendre comment divers phénomènes naturels, malgré leur apparente indépendance, forment un système harmonieux et unifié. Il évoque un « système terrestre » où le climat, la flore, la faune et la vie humaine sont interdépendants. Humboldt croit qu’il existe un « lien intrinsèque » entre le général et le particulier, ce qui lui permet de percevoir l’interconnexion entre les différentes régions et les climats. Dans son œuvre ultime en cinq volumes, Cosmos (1845-1858), il décrit la nature comme un « souffle de vie » et un « tout organique », et voit l’univers entier – physique et céleste – comme un « système magnifiquement ordonné et harmonieux ». À l’instar de Cusanus et de Léonard de Vinci, il soutient qu’une compréhension scientifique des processus naturels accroît notre appréciation de leur beauté.

Vladimir Vernadski.

Pour le géophysicien russo-ukrainien Vladimir Vernadski (1863-1945), la vie est éternelle et indissociable du cosmos, et non de la seule Terre. Il voit la matière vivante comme un « phénomène cosmique » apparu ailleurs ou ayant toujours existé, façonnant l’environnement chimique des planètes. La biosphère entoure la Terre comme une « enveloppe saturée de vie », où organismes vivants et matière inerte interagissent constamment, indissociablement et de manière dynamique. L’étape suivante de l’évolution est décrite comme la transition de la biosphère à la « noosphère », où l’activité rationnelle humaine, la science et la technologie deviennent la principale force géologique qui façonne la planète. Vernadski était convaincu que l’avenir de l’humanité dépendait de la reconnaissance de cette unité, suggérant que la pensée humaine était un prolongement naturel des processus géologiques et cosmiques.

Regardons maintenant le tableau

C’est avec ce « long arc de l’histoire » à l’esprit que le spectateur attentif peut déceler l’ombre de Vernadski dans la Sainte Anne de Léonard.

Décryptage

Léonard de Vinci, Vierge et l’enfant avec Saint Anne, (1504-1519), Musée du Louvre, Paris.
  1. L’arrière-plan du tableau montre des crêtes abruptes à l’aspect préhistorique, inspirées des études de Léonard sur les Dolomites et les Alpes. Ce paysage aride et rocailleux, presque lunaire, a été qualifié par les historiens de « fantastique » ou de « métaphysique ». Comme en témoignent ses carnets, Léonard s’attachait à représenter les mouvements « invisibles », non seulement des âmes, mais aussi des phénomènes physiques tels que le temps, et plus particulièrement le temps géologique. Comment les montagnes se sont-elles formées, par exemple ? Pour d’autres, ce paysage « mort », ou lunaire, de l’arrière-plan – ce que Vernadski appellerait la « lithosphère » – servirait uniquement à mettre en valeur les autres éléments de la composition.
  2. Devant ce paysage, à droite, se dresse un arbre, premier indice de la biosphère mais simple étape d’un processus évolutif de développement accéléré du cosmos.
  3. En-dessous, l’agneau (symbole religieux du sacrifice du Christ) représenterait une forme supérieure de conscience de cette biosphère.
  4. Apparaît alors Jésus qui, dans son incarnation d’enfant humain, ne représente qu’une sorte de conscience naïve, simple potentiel de son développement ultérieur.
  5. La Vierge Marie est peinte dans une position paradoxale, illustrant parfaitement ce que le penseur américain Lyndon LaRouche appelait « mid-motion-change », c’est-à-dire un instant ambigu d’indécision entre des mouvements d’apparence contraires. Le geste majestueux, aimant et protecteur de Marie, et son étreinte de Jésus coïncident avec son désir profond de lui accorder toute la liberté de mouvement nécessaire à l’accomplissement de sa mission sacrée.
  6. Sainte Anne, au sommet, animée d’une joie divine, contemple en souriant le geste gracieux de sa fille Marie et l’amour qu’elle porte au Christ. Elle se réjouit d’être en quelque sorte l’âme « noosphérique » consciente d’un Cosmos divin et vivant, où le créateur conçoit sans cesse des formes nouvelles pour sa création et des degrés de conscience toujours plus élevés de sa propre nature créatrice. Les alignements circulaires des chaînes de montagne lunaires résonnent visuellement avec les anneaux harmonieux dessinés par les bras et les vêtements dans une spirale en cascade.

Même des auteurs comme Viviane Forrester, dont l’œuvre2 est polluée par de pernicieuses interprétations modernistes et freudiennes, et qui prétendent à tort que nous sommes leurrés par la mansuétude « bébête » de Marie (p. 19), reconnaissent néanmoins intuitivement qu’il y a quelque chose de très particulier dans cette œuvre, une sorte d’unité que l’écrivaine qualifie, faute de trouver un mot plus adéquat, d’« organique ».

Ce moment organique, observe-t-elle, apparaît ici au spectateur comme un « moment figé » d’un « mouvement transitoire ».

La naissance d’un génie

Léonard de Vinci, portrait de Cecilia Gallerani,
dite La Dame à l’hermine (1489).

En insistant excessivement sur le fait que Léonard de Vinci était un génie « autodidacte », on a en quelque sorte négligé les recherches sur les influences intellectuelles qu’il a subies.

Sa première expérience fut son apprentissage chez Andrea del Verrocchio (1435-1488), dont l’atelier florentin était calqué sur celui de son tuteur, le sculpteur érudit Lorenzo Ghiberti (1378-1455), où les élèves étudiaient l’astronomie, la poésie, l’architecture, la sculpture, la peinture, la fonte du bronze, la métallurgie, la chimie, l’anatomie et lisaient les classiques.

Puis, à Milan, en tant que peintre de cour, Léonard fut « adopté » par la jeune Cecilia Gallerani (1473-1536), maîtresse favorite (mais non la dernière) du duc Ludovico Sforza, connu sous le nom de Lodovico Il Moro, duc de Milan.

Elle naquit dans une famille nombreuse de Sienne, dont le père, Fazio Gallerani, n’était pas noble mais occupa plusieurs postes importants à la cour de Milan, notamment celui d’ambassadeur auprès des républiques de Florence et de Lucques.

Cécilia reçut, avec ses six frères, une éducation en latin et en littérature. Elle est surtout connue pour avoir inspiré à Léonard de Vinci le tableau « La Dame à l’hermine » (vers 1489), une œuvre où le sens de mouvement prime déjà sur la représentation statique. On raconte que, lors d’une séance de pose, elle invita Léonard à rejoindre le cercle littéraire qu’elle animait au Palazzo Carmagnola, où elle présidait des débats intellectuels avec des philosophes, des poètes et des musiciens.

Attribué à Léonard de Vinci,
supposé être un portrait de Bernardo Bellincioni.

Composant elle-même des œuvres musicales et poétiques, prononçant des discours en latin et en italien dès l’âge de 16 ans, réputée pour son esprit et son érudition, elle est considérée comme l’une des femmes les plus cultivées de la Renaissance italienne.

Bien que la quasi-totalité de son œuvre ait disparu, elle reste dans les mémoires comme une figure majeure de la langue italienne, grâce à sa maîtrise de la littérature et de la poésie. Le poète de cour Bernardo Bellincioni (1452-1492), ami de Léonard, loua son talent littéraire, allant jusqu’à la comparer à la célèbre poétesse grecque antique Sappho, qui aurait inspiré Platon.

La Cour de Milan et ses mécènes ont également attiré et favorisé d’autres artistes et scientifiques, parmi lesquels l’architecte Donato Bramante, le mathématicien et ami de Léonard de Vinci, Luca Pacioli, la duchesse lettrée Béatrice d’Este, le poète Bernardo Bellincioni et l’éducateur humaniste Francesco Filelfo.

Codex Trivulzianus, folio 30, recto.

Cecilia Gallerani a-t-elle initié Léonard de Vinci aux idées de Cusanus ? Nous l’ignorons, mais elle en avait indubitablement aussi bien les capacités que l’opportunité.

Le {Codex Trivulzianus} de Léonard (1487-1490), compilé à Milan à cette époque, marque un tournant. Jusqu’à là, l’artiste avait souvent soutenu avec véhémence que l’art de la peinture était supérieur à la celui de la poésie. Or, après avoir fréquenté Cecilia, le {Codex Trivulzianus} témoigne du fait qu’il souhaitait améliorer drastiquement sa capacité littéraire, jusqu’à là plutôt modeste, en dressant de longues listes de mots savants, y compris de termes latins, tirés de sources lexicales et grammaticales faisant autorité. Il aurait considéré cela comme une condition préalable qui lui permettrait de décrire avec une précision scientifique les phénomènes qu’il allait découvrir par la suite.

Une vingtaine d’années après la mort de Léonard de Vinci, l’orfèvre et sculpteur Benvenuto Cellini (1500-1571) aurait déclaré :

Comme le conclut un chercheur :

Le monde a besoin de nouvelles Cécilia Gallerani et de nouveaux Léonard de Vinci. Êtes-vous prêt à relever ce défi ?

  1. Vincent Delieuvin, La Vierge, l’Enfant Jésus et sainte Anne, dit La Sainte Anne, site internet du Louvre.
    https://collections.louvre.fr/ark:/53355/cl010066107 ↩︎
  2. Au Louvre avec Viviane Forrester, La Vierge et l’Enfant avec sainte Anne, dossier établi par Cécile Scailliérez, Service culturel du Louvre, Symogy, Editions d’Art, Paris, 2000. ↩︎
  3. Marianne Tregouët, {Cellini à la cour de François Ier (1540-1545) : les mécanismes d’une disgrâce}, Déc. 2024, HAL Id: dumas-04797814 https://dumas.ccsd.cnrs.fr/dumas-04797814v1 ↩︎
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The Shadow of Vernadsky in Leonardo’s Virgin and Child with Saint Anne

One never gets tired of looking at “The Virgin and Child with Saint Anne”, Leonardo’s superb masterpiece in the Louvre. Formally, the painting depicts Saint Anne, her daughter the Virgin Mary and the infant Jesus. Christ is shown embracing a sacrificial lamb symbolizing the mission he took on to liberate mankind from the original sin.

Remarkably, Leonardo didn’t make this painting for a Prince, not for a Duke, not for a Cardinal, nor for a Pope, but for himself, and as such, as a legacy for humanity.

Vincent Delieuvin, the French historian of the Louvre who cross-checked all the available documentation and hypothesis, arrives at the interesting but paradoxical conclusion that with this painting Leonardo wanted to give tribute to the return of the Florentine Republic:

When the painting was finished is not known. In general, it is thought that Leonardo da Vinci (1454-1519) started working on it in 1503 when he lived in Florence at the age of 51. The French King Frances I, who bought the panel in 1518, didn’t steal the panel, just its author who brought it with him to France to finish it.

The viewer is immediately overwhelmed by a powerful and nearly disturbing sense of motion, supreme love and beauty. The scene itself, if it shows figures from the Holy scriptures (Anne, the Virgin Mary, Christ), rather than illustrating a given liturgical sequence, manifestly springs from a well of profound philosophical reflections.

I will try to convince you here there exists a “Long arch of History” of thinking and coherence between persons and minds that never met or spoke to each other, but whose intuitions and mindsets where congruent and oriented in the same directions. Leonardo’s masterpiece appears (in my view), as a sort of “missing link” between Nicolaus Cusanus’ vision of God and nature and Vladimir Vernadsky’s concept of the Noosphere, eventually via Alexander von Humboldt’s idea of the “Cosmos”. That might look wild and even silly at first glance, but please allow me to elaborate.

A Single Harmonic One

What unites the four towering intellectuals named Cusanus, Leonardo, Alexander von Humboldt and Vernadsky? All four were convinced that the universe is a single harmonic one.

Cusanus.

The German cardinal Nicolas of Cusa (1401-1464), a thinker and major figure in the great ecumenical councils and the Italian and European Renaissance, begins his treatise On Learned Ignorance (1440) with a symbol. God is the “absolute maximum” and perfect unity (unio); in this unity, all distances, all divisions, all contradictions are transformed and merge into union. The universe is the contracted image of this absolute maximum and this absolute unity; it is not the absolute maximum, but, as in a mirror, the “contracted” maximum, for it does not comprise all things, but only all things outside of God, all created things. The thinker uses the terms complicatio (envelopment) and explicatio (unfolding) to explain that all things are enveloped in God (the source) and unfolded in the world. The world, the cosmos, and geological time are the unfolding of God’s unity.

Leonardo da Vinci, here as a model for Verrocchio’s David.

Leonardo da Vinci (1452-1519), following in the footsteps of Cues, emphatically stated: “Understand that everything is connected to everything else.” For him, progress meant unifying different fields such as art, anatomy, and engineering into a comprehensive and coherent understanding. The artist-engineer invited his contemporaries to learn to perceive the links that unite nature, art, science, and the human soul. Observation allowed Leonardo to discover invisible causes rather than visible effects, and to imagine and test creative hypotheses. In particular, he postulated that the human body could be a miniature version (microcosm) of the Earth (macrocosm), observing that the branching of blood vessels in humans mirrors the tributaries of rivers, just as the movements of the body mimic the tides. In his view, the Earth is a living organism with “flesh” (the soil), ‘bones’ (rock strata), and “blood” (water veins). He studied the flight of birds and the movement of water, convinced that both obeyed the same fluid physics. Art is science, and science is art; both are tools for understanding the fundamental laws of the world. For Leonardo da Vinci, painters must possess the entire cosmos in their minds and hands in order to truly reflect the beauty, harmony, and complexity of nature. For the artist, movement is the very essence of a living, expanding universe. He studied the spiral patterns found in everything from flowers to curls of hair to whirlpools in water in order to understand how the life force generates different forms. Finally, he considered stagnation to be a form of decline, writing that “iron rusts from lack of use” and “inaction saps the vigor of the mind.”

Alexander von Humboldt, self-portrait.

The German naturalist and revolutionary Alexander von Humboldt (1769-1859) also sought to understand how various natural phenomena, despite their apparent independence, form a harmonious and unified system. He refers to an “earth system” in which climate, flora, fauna, and human life are interdependent. Humboldt believed in studying the “intrinsic link” between the general and the particular, which allowed him to perceive the interconnectedness of different regions and climates. In his ultimate multi-volume work, Cosmos (1845-1858), he described nature as a “breath of life” and an “organic whole,” and sought to describe the entire universe—physical and celestial—as a “magnificently ordered and harmonious system.” Like Cusanus and Leonardo da Vinci, he argued that a scientific understanding of natural processes increases our appreciation of their beauty.

Vladimir Vernadski.

Ukrainian-Russian geophysicist Vladimir Vernadsky (1863–1945) viewed life as eternal and inseparable from the cosmos, not just from Earth. He proposed that living matter was a “cosmic phenomenon” that had appeared elsewhere or had always existed, shaping the chemical environment of planets. He defined the “Biosphere” as a “life-saturated envelope” around the Earth, where living organisms and inert matter interact constantly, inseparably, and dynamically. Vernadsky described the transition from the biosphere to the “Noosphere” as the next stage of evolution, where rational human activity, science, and technology become the main geological force shaping the planet. He was convinced that the future of humanity depended on recognizing this unity, suggesting that human thought was a natural extension of geological and cosmic processes.

What do we see?

It is with this “Long arch of History” in mind, that the viewer can discover the “Shadow of Vernadsky » in Leonardo’s Saint Anne. Because, what does the viewer see?

  1. The background of the painting features sharp, prehistoric-looking crags inspired by Leonardo’s studies of the Dolomites and the Alps. This barren, rocky terrain, nearly lunar, has been described by historians as “fantastical” or “metaphysical”. As we know from his notebooks, Leonardo was interested in painting “invisible” movements, not only those of the souls, but also universal phenomena such as “time”, especially “geological” time. How did mountains arise, etc.? Others, correctly argue that the « dead » or lunar landscape of the background, what Vernadsky would call the “Lithosphere” serves to highlight the other elements of the composition.
  2. On the right, one could see the tree (the “biosphere”) as representing a step in an evolutionary process of the development of the cosmos.
  3. Beneath the tree, the lamb (in religious terms a symbol of Christ’s sacrifice to free mankind) also represents a higher form of conscience of that same “biosphere”
  4. Then appears Jesus, who, represented in his human incarnation, that of a child, represents only a sort of naive conscience, merely the potential for his further development.
  5. The Virgin Mary, is represented in a paradoxical position which is a perfect example of what the late Lyndon LaRouche identified as “mid-motion-change”, meaning an ambiguous instant of indecision between two or more contrary movements. Her majestic, loving and protecting gesture and embrace of Jesus coincides with her vivid desire to induce the boy all the freedom of movement he needs to fulfill his sacred mission.
  6. Saint Anne, on top, as a sort of self-conscious form of agapic love, looks down and smiles seeing the majestic gesture and love for Christ of her daughter Mary. She is happy to be the self-conscious “noospheric” soul of a divine and living Cosmos, where the creator permanently creates ever higher forms of creation and of consciousness of its own creative nature. The rings of lunar mountain chains resemble and resonate visually with the harmonic rings formed by arms and clothes in a cascade of aesthetic spiral action.

Even authors polluted by nasty modernist and Freudian misinterpretations such as Viviane Forrester2 who wrongly pretend we are mislead by an overwhelming sentiment of mildness of Mary, nevertheless acknowledge intuitively there is something very special in this work, a sort of unity Forrester brands, not finding a better name, “organic”. When we discover these figures, she writes:

That organic moment, she observes, appears here to the viewer as a “frozen moment” of a “transitory movement”.

The making of a genius

By over-emphasizing that Leonardo was a “self-taught” genius, research on the intellectual influences he underwent was somehow neglected.

The first chance he had, was to be an apprentice of Andrea del Verrocchio (1435-1488), whose Florence workshop was modeled on that of his tutor, the Florentine erudite sculptor Lorenzo Ghiberti (1378-1455) where pupils studied astronomy, poetry, architecture, sculpture, painting, bronze-casting, metal-works, chemistry, anatomy and read the Classics.

Leonardo da Vinci, Portrait of Cecilia Gallerani, known as the Lady with an Ermine.

Then, in Milan, as a court painter, Leonardo was “adopted” by the young Cecilia Gallerani (1473 – 1536), the favorite (but not the last) mistress of the Duke Ludovico Sforza, known as Lodovico Il Moro, Duke of Milan.

She was born into a large family from Siena. Her father’s name was Fazio Gallerani. He was not a member of the nobility, but he occupied several important posts at the Milanese court, including the position of ambassador to the Republic of Florence and Republic of Lucca. Cecilia was educated alongside her six brothers in Latin and literature.

She is best known as the subject of Leonardo da Vinci’s painting Lady with an Ermine (c. 1489), already a painting where movement prevails over static representation. It is said that while posing for the painting, she invited Leonardo to be part of the literary circle she hosted at her residence in the Palazzo Carmagnola, where she engaged in intellectual debates with philosophers, poets, and musicians. Gallerani herself presided over these discussions.

Attributed to Leonardo da Vinci, supposed to be a portrait of Bernardo Bellincino.

Composing music, poetry and delivering orations in both Latin and Italian at the age of 16, renowned for her wit and scholarship, she was considered one of the most cultured women of the Italian Renaissance.

While nearly all of her works were lost, she is remembered as a “great light of the Italian language” due to her mastery of literature and verse. The court poet Bernardo Bellincioni (1452-1492) highly praised her literary talents, even comparing her to the famous Ancient Greek poetess Sappho which allegedly inspired Plato.

The Court of Milan and its patrons also attracted and protected other artists and scientists, among which the architect Donato Bramante, the mathematician and friend of Leonardo, Luca Pacioli, the duchess Beatrice d’Este, the poet Bernardo Bellincioni and the humanist educator Francesco Filelfo.

Codex Trivulzianus, folio 30, recto.

Did Cecilia Gallerani introduce Leonardo to the ideas of Cusanus? We don’t know, but she certainly had both the knowledge and ability to do so.

Leonardo’s Codex Trivulzianus (1487-1490), shows he was working hard to improve his modest literary education, through long lists of learned words, including Latin words, copied from authoritative lexical and grammatical sources.

The scientist reportedly saw this as a precondition that was going to allow him to describe with scientific precision the phenomena he was going to discover in the future.

About twenty years after Leonardo da Vinci’s death, the goldsmith and sculptor Benvenuto Cellini (1500–1571) is said to have remarked:

As one scholar concludes:

The world needs new Cecilia Gallerani’s and new Leonardo da Vinci’s. Are you ready to go there?

NOTES:

  1. Vincent Delievin, La Vierge, l’Enfant Jésus et sainte Anne, dit La Sainte Anne, website of the Louvre; ↩︎
  2. Au Louvre avec Viviane Forrester, La Vierge et l’Enfant avec sainte Anne, Léonard de Vinci, dossier établi par Cécile Scailliérez, Service Culturel du Louvre, Symogy, Editions d’Art, Paris, 2000. ↩︎
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L’oeuf sans ombre
de Piero della Francesca

ENGLISH VERSION: the egg without a shadow PdlF
Une partie de ce texte a été publié dans Fusion N°105


Par Karel Vereycken, 1999.

Ce qui nous préoccupe ici n’est pas d’écrire un n-ième commentaire académique sur telle ou telle période glorieuse du passé. Si le monde actuel sortira de la plus grave crise des temps modernes, ce n’est que parce que chacun d’entre nous se plongera dans une docte ignorance, cette humilité personnelle devant le savoir et l’absolu qui nous prédispose à accroître nos capacités d’aimer et d’agir.

La clef pour réussir une nouvelle Renaissance

Ce qui nous préoccupe ici n’est pas d’écrire un nième commentaire académique sur telle ou telle période glorieuse du passé. Si le monde actuel sortira de la plus grave crise des temps modernes, ce n’est que parce que chacun d’entre nous se plongera dans une docte ignorance, cette humilité personnelle devant le savoir et l’absolu qui nous prédispose à accroître nos capacités d’aimer et d’agir.

Pour cela, comme l’a souligné depuis fort longtemps Helga Zepp-LaRouche, les idées philosophiques et l’action politique de Nicolas de Cuse (1401-1464) sont incontournables, car sa démarche est la clef pour la formation des génies de demain.

Tout révolutionnaire qui se prend au sérieux se doit d’étudier ses idées et comment elles ont révolutionné le monde. Que cette démarche ait été hautement fructueuse, en témoignent les génies que l’histoire nous a fournis. Luca Pacioli, Léonard de Vinci, Johannes Kepler, Wilhelm Leibniz et Georg Cantor, presque tous ont explicitement reconnu leur dette intellectuelle envers Nicolas de Cuse, et j’aimerais que demain chacun d’entre vous et de vos enfants puisse en faire autant.

Si nous avons choisi ici Piero della Francesca, c’est d’abord parce qu’il a pris part à la « conspiration » politique de Cuse et ses amis. Mais c’est surtout parce que c’est lui qui a traduit la démarche du Cusain dans une méthode compositionnelle picturale. Avec l’œuvre de Piero della Francesca, et Léonard s’engouffrera sur le chemin ouvert par lui, la peinture accédera à une dimension philosophique jamais atteinte auparavant. Sa vie et son oeuvre jettent un coup de projecteur inattendu qui éclaire toute une époque qu’on nous a soigneusement dissimulé et font de lui le peintre de la Renaissance par excellence.

Renaissance et pseudo-Renaissance

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Fig. 1. Michel-Ange, David (1501-1504) et fig. 2. Donatello, Marie-Madeleine (1453-1455)

Avant d’entrer en matière, je voudrais vous soumettre un petit « test des a priori  ». Si je vous montre deux statues de la Renaissance, l’une, le David de Michel-Ange (Fig. 1), l’autre, la dernière oeuvre de Donatello, la Marie-Madeleine (Fig. 2) et si maintenant je vous demande qu’elle est la statue qui représente pour vous « la Renaissance », je suis quasiment sûr que la plupart d’entre vous choisiront celle de Michel-Ange.

Pourquoi ? D’abord, et j’ai le plaisir de vous taquiner un peu, j’affirme que la plupart d’entre vous regardent le monde avec ce que Nicolas de Cuse appelle les yeux de chair, ce premier jugement immédiat qui possède, à tort, la bonne réputation de ne pas vous tromper. Après tout, elle a l’air affreuse cette Madeleine car elle est dans un état de déchéance physique terminale. Le jeune David, lui est jeune et beau, c’est un vainqueur. Mais si vous désirez connaître ce qu’il se passe dans l’esprit de quelqu’un, quelle partie du corps allez-vous regardez de près ? Les pieds ? Le David incarne la volonté triomphante de l’homme sur la fatalité de la nature. Il ne dissimule rien et affirme son état. Il a vaincu l’ennemi extérieur. Mais son regard ? Marie-Madeleine, elle aussi a gagné une bataille, car elle est une prostituée repentie. Elle a vaincue son ennemi intérieur. Elle incarne l’idéal d’auto-perfectionnement de l’individu typique de la vraie Renaissance. Avez-vous déjà osé regarder son regard ?

Giorgio Vasari, l’homme des Médicis

Celui qui a le plus laissé sa marque sur l’histoire de l’art de la Renaissance, et donc influencé votre jugement dans le sens que nous avons indiqué plus haut, est sans aucun doute le peintre historien, « l’homme des Médicis » et élève de Michel-Ange, Giorgio Vasari (1511-1574).

Autour de 1543, un proche du pape Paul III lui « suggère » d’écrire les biographies des grands artistes italiens. Vasari, avec l’aide de toute une équipe de petites mains, écrira les 4000 pages des Vies des peintres, véritable compilation de tous les écrits épars existant à l’époque, une oeuvre qui va imprimer sa marque sur la façon dont la postérité appréhendera l’art de la Renaissance.

Il n’est donc pas inutile, sans trop pousser la caricature, de schématiser la vision « vasarienne ». La collection des biographies est repartie en trois parties. La première, « l’enfance », regroupe les « primitifs » : Cimabue, Giotto, Duccio, etc. Ceux-là avaient la qualité du sentiment religieux mais la peinture n’était pas encore une science. La deuxième partie, « la jeunesse », relate les vies des figures de transition  : Ghiberti, Masaccio, Uccello, Piero della Francesca, Ghirlandajo, Alberti etc. Ceux-ci, écrit Vasari dans la préface de la troisième section n’avaient rien compris du grand art car : « Tous ces artisans ont mis tous leurs efforts pour à réaliser l’impossible dans l’art, et spécialement dans leurs désagréables raccourcis et perspectives, qui sont tout aussi difficiles à exécuter que déplaisantes à regarder ».

Seuls les artistes qui figurent dans la troisième partie représentent « la maturité », « la » Renaissance. La norme de leur art s’ouvre avec Léonard, passe par Raphaël et culmine avec Michel-Ange, dont l’œuvre est d’une telle perfection qu’après lui, l’art ne peut que décliner. Il n’est évidemment qu’une pure coïncidence qu’à cette époque Michel-Ange achève les tombeaux des Médicis dans leur caveau familial de l’église San Lorenzo à Florence !

Bien que la première édition des Vies fît de Léonard, non pas un représentant de l’humanité mais une réflexion du divin à l’origine de l’art italien, ce rôle sera donné à Michel-Ange dans les éditions ultérieures. Selon Giorgio Vasari, cette « parfetta maniera » est portée à son apogée par les élèves de Michel-Ange et ceux de Raphaël à Florence et à Venise : Vasari lui-même, Rosso Fiorentino, Giulio Romano, Domenico Beccafumi, Giorgione, Titien, etc.

Notre thèse ici sera, au contraire, de montrer que ce sont précisément les « figures de transition » qui sont les véritables acteurs de la Renaissance et qui sont quasiment tous reliés à des réseaux internationaux dont celui de Nicolas de Cuse est l’épicentre. Ainsi, si l’on désire réellement « périodiser » l’histoire, la Renaissance s’achève avec Léonard et son départ pour la France lors de l’hiver 1516.

A l’exception du grand humaniste Côme l’ancien, la famille des Médicis a très vite sombré dans les vanités du pouvoir terrestre. L’Académie pseudo-platonicienne de Laurent le Magnifique, qu’animaient le Ficin et Pic de la Mirandole a discrédité le courant platonicien chrétien pour le tirer vers l’hermétisme et le cabalisme. N’est-il pas étonnant que Pic de la Mirandole, pourtant confit d’omniscience, réussisse à ne jamais mentionner Nicolas de Cuse que tout le monde étudie à cette époque ? Le Ficin, qui baptise son œuvre principale Théologie Platonicienne (titre plagié sur l’œuvre majeure de Proclus que Cuse étudia) ne le mentionne qu’une seule fois et encore avec une orthographe douteuse. Son académie était tellement « platonicienne » qu’elle n’épargnait aucun effort pour faire croire au monde qu’on pouvait réconcilier les thèses immorales d’Aristote avec l’humanisme de Platon.

Le Livre du Courtisan de Baldasser Castiglione, véritable manuel de l’aristocrate gentleman-guerrier, se fera l’écho de ce pseudo-platonisme au service du pape Jules II avide d’ériger « une nouvelle Rome ». Jules II ordonna d’ailleurs la mise à terre des fresques de Piero della Francesca au Vatican pour marquer sa volonté d’effacer les acquis de Renaissance. Petit à petit, l’oligarchie vénitienne et génoise, devenue propriétaire et principal bailleur de fonds de la papauté reprendra en main l’iconographie officielle pour imposer un art théâtral et aseptisé. On passera de la belle manière au maniérisme, du baroque au rococo dans ce qu’on appelle le  stylish style .

L’esthétique, dépossédée de son âme, c’est-à-dire d’idée, deviendra une vulgaire codification des formes.

Trois conciles pour unir le monde chrétien

Toute tentative de compréhension de l’œuvre de Piero della Francesca nécessite d’approfondir l’enjeu majeur de son siècle : l’unification du monde chrétien.

Evidemment, quand on imagine aujourd’hui une situation où plusieurs papes se disputent la direction de l’Eglise, on est tenté de sourire parce qu’on n’en mesure pas les conséquences sur l’ensemble de la société à cette époque. C’était une situation de quasi-guerre civile ou chaque ville, chaque communauté, chaque pays et chaque université était divisée à l’intérieur.

L’Université de Paris par exemple a entamé son déclin au grand profit d’Oxford parce que la bataille y rageait et qu’on excluait ceux qui ne pensaient pas d’un coté ou de l’autre. En plus chacun voulait collecter les contributions financières nécessaires au fonctionnement de sa chapelle. Cette division intérieure du monde chrétien du quinzième siècle était et restera pendant longtemps une menace pour la survie même du monde occidental.

Jérôme Bosch, « La nef des fous ».

La nef des fous de Jérôme Bosch illustre parfaitement cette préoccupation. Un bateau ivre flotte à la dérive. Pendant que des représentants d’ordres religieux se chamaillent pour un bout de gras suspendu à une corde, comme on le fait pour faire plaisir aux oiseaux en hiver, le gouvernail est délaissé. Dans la hauteur du mât, profitant de l’inattention de ceux qui sont engloutis dans leurs escarmouches médiocres, un larron chipe le poulet. Le fou du roi, au chômage technique à cause des concurrents qui occupent la scène, attend la fin des combats. Et finalement c’est le drapeau turc qui flotte sur le bateau.

La menace d’une invasion de l’empire turque n’était pas un fantasme entretenu par les nostalgiques des croisades mais un danger bien réel. Opérant un véritable racket de protection, les Vénitiens jouaient en permanence un double jeu « géopolitique ». Louant des bateaux au prix fort à ceux qui partaient en croisade, ils fournissaient en même temps les canons aux turcs pour prendre Constantinople en 1453, tout en demandant aux chrétiens d’Orient de payer pour être protégés…par Venise !

Le récit qu’a livré l’ami de Cuse, le cardinal grec Bessarion, des exactions turques lors de la chute de Constantinople inspira Nicolas de Cuse pour La Paix de la foi (1453) et plus tard, dans les traces de Raymond Lulle, il se penchera en détail sur le Coran afin d’esquisser pour Pie II une politique de concorde avec le monde de l’islam.

Pour commencer il fallait donc déjà organiser l’union de l’église d’Occident. Depuis 1378 deux papes coexistaient, dont un se trouvait à Rome, l’autre à Avignon et à partir de 1409 un troisième apparaîtra à Pise !

C’est le Concile de Constance (1414-1418) qui mettra fin au « Grand Schisme » avec l’élection du Pape Martin V.

Fig. 3. Jan et Hubert van Eyck, L’agneau Mystique (1434).

Le retable de Gent de Hubert et Jan Van Eyck, L’agneau Mystique (1432) (Fig. 3) glorifie le projet de l’Union universelle et en particulier la victoire du Concile de Constance : toute la terre et ses créatures sont unies autour de Jésus et son sacrifice pour l’homme ; les prophètes, les ermites, les chevaliers chrétiens, les « Justes juges » ainsi que toutes les composantes de l’église d’Orient et d’Occident.

Jan van Eyck, qui lui-même se livrait à une activité diplomatique internationale intense entre l’Italie et les Flandres, peint dans un des panneaux de droite les trois protagonistes de la fin du schisme de l’Occident, Martin V, de profil à l’avant-plan, Alexandre V, l’anti-pape Pisan au milieu, et, derrière lui Grégoire XII qui a laissé la place à Martin V.

Plus tard commençait la bataille pour l’union entre les églises d’Occident et d’Orient. D’abord au Concile de Bâle (1431-1437) où Cuse se trouve à l’age de 30 ans. Partisan de l’autorité du Concile comme autorité au-dessus du pape il défendra sa position dans la Concordance Catholique.

Cuse, ainsi que l’homme qui l’engagea dans la bataille pour l’union et qui fut probablement le premier protecteur de Piero della Francesca, le cardinal Ambrogio Traversari (1386-1438), abandonneront ce choix et prendront parti pour le nouveau pape Eugène IV, lui-même très acquis à l’Union.

Le Concile de Bâle a sombré quand il était devenu une chambre d’enregistrement et de plaintes où le bas clergé venait se disputer de ses préoccupations terrestres. Pour sortir de cette impasse, Traversari, Cuse et le cardinal Nicolas Alberghati (1375-1443), dont Van Eyck a fait un magnifique portrait, seront la force agissante qu’Eugène IV mobilisera pour organiser le Concile de Ferrare/Florence (1438-1439) qu’Alberghati présidera.

Arrêter la guerre de cent ans

Une des pré-conditions pour réussir Ferrare/Florence était la réconciliation entre Armagnacs et Bourguignons et l’arrêt de la guerre de cent ans qui ravageait la France. Le Concile de Bâle et Eugène IV enverront en France Alberghati, Tommaso Parentucelli, ami intime et bibliothécaire de Côme de Medici’s l’ancien, qui deviendra le pape Nicolas V, et l’érudit Aeneas Sylvius Piccolomini, le futur pape humaniste Pie II.

En 1435 leur démarche diplomatique se concrétisera avec la paix d’Arras qui est célébrée dans un autre tableau qu’a peint Jan van Eyck : Le chancelier Rolin et la vierge (Fig. 4).

van eyck rolin

Fig. 4. Jan van Eyck, La vierge au chancelier Rolin (après 1438).

Pour Nicolas Rolin, véritable premier ministre de Philippe le Bon et grand organisateur de cette paix, cette réussite couronna sa carrière. Sur ce tableau on voit, derrière les personnages, un pont où grouillent des dizaines de personnes à pied et à cheval dans des échanges fructueux. Orient et Occident n’y sont plus coupés par la rivière du désaccord. Historiquement, on pense que ce pont est celui de Montereau, c’est-à-dire l’endroit précis où le père de Philippe le Bon, Jean sans Peur, fût assassiné en 1419 comme vengeance pour avoir fait assassiner en 1407 Louis d’Orléans. Rolin a eu le génie d’inclure dans le traité d’Arras une mention qui ordonne le placement d’une croix commémorative sur ce pont pour aboutir à une paix juste fondée sur le pardon.

L’arrêt de la guerre de cent ans, permet à toutes les délégations de se retrouver à Ferrare. Cependant, pour échapper à la peste, le Concile de Ferrare doit rapidement déménager à Florence pour y réaliser autour de la notion du Filioque, l’union doctrinale entre Grecs et Latins mettant fin au schisme de 1055.

Précisons que Nicolas de Cuse, bien que versé dans la pensée allemande n’en est pas le représentant, mais le continuateur d’une pensée universelle qu’il a distillé de toute une filiation de penseurs platoniciens, de Proclus, de Plotin, d’Augustin, de Saint Denys l’Aréopagite, de Raymond Lulle, d’Albert le Grand et maître Eckhart, de Jan van Ruusbroec et d’Heymeric van de Velde (de Campo).

Comme nous l’avons vu, cette Renaissance s’est faite entre italiens, flamands, français et allemands, avec des amis grecs, turcs, hongrois, balkaniques, espagnols, portugais et d’autres. De pair avec cette volonté politique d’unification spirituelle se dessinait une volonté d’aboutir à une concorde dans le domaine temporel. D’abord en créant la paix à l’intérieur de véritables états-nations, comme ce fut le dessein de Jeanne d’Arc, Jacques Coeur et de Louis XI. Ensuite en créant une concorde entre ces différents états-nations respectant la multiplicité dans l’unicité. On pourrait dire qu’il s’agissait de la naissance de l’Europe moderne.

Art et éducation universelle

La clef de voûte de cette politique était une volonté d’éducation universelle rendue accessible à l’ensemble des hommes devenus citoyens. Ainsi de 1417 et 1464, outre le mécénat d’un Côme de Medici ou d’un Nicolas Rolin, quatre papes humanistes donneront un élan fantastique à l’art de la Renaissance. De 1417 à 1431, Martin V (Oddo Colonna) ; de 1431 à 1447, Eugène IV (Gabriel Condulmer) ; de 1447 à 1455, Nicolas V (Tommaso Parentucelli), et après une petite rupture de 1455 à 1458 avec Calixte III (Alfonso Borgia), de nouveau avec le pape humaniste Pie II (Enea Silvio Piccolomini) de 1458 à 1464 (année de la mort de Nicolas de Cuse). Ils engagèrent des peintres et des sculpteurs pour sortir le monde du pessimisme de la scolastique médiévale.

Rêvons un instant qu’on se balade à Rome pendant le Jubilé de 1450, où tous les humanistes de l’époque se sont donnés rendez-vous. Piero della Francesca y discute philosophie et mathématiques avec Nicolas de Cuse qui rédige son brouillon pour écrire Le profane  ; Fra Angelico montre ses fresques de Saint-Jean de Latran à l’ami flamand de Cuse, le peintre Roger van der Weyden et celui-ci est comblé par des commandes de Lionel d’Este, le mécène de Pisanello ; Le Filarete y discute un projet de ville idéale avec l’enlumineur français Jean Fouquet qui avait fait peu d’années auparavant le portrait d’Eugène IV et Paolo Toscanelli montre ses cartes au financier humaniste Jacques Coeur, dont Piero della Francesca avait fait le portrait !

Les papes humanistes bâtirent des bibliothèques et rassemblèrent les textes les plus précieux. Cuse se passionna pour l’industrie naissante de l’imprimerie. Pensez un moment qu’avant Martin V, le Vatican ne possédait que quelques centaines de livres !

La vie de Piero della Francesca

Vers 1417, Piero della Francesca naquit à Borgo San Sepulcro (aujourd’hui Sansepulcro), à une centaine de kilomètres à l’ouest de Florence entre Arezzo et Urbino. Fils de cordonnier il se passionna pour les mathématiques dès l’age de 15 ans tout en travaillant le dessin. Bien qu’on possède les preuves qu’il travailla en 1439 avec Domenico Veneziano à la réalisation de fresques du chœur de l’église Sant’Egidio à Florence, c’est surtout les deux peintres préférés de Côme de Medici, Fra Angélico et Benozzo Gozzoli et la peinture flamande qui influenceront son style.

En 1442, il compte parmi les conseillers municipaux de Sansepolcro. Ambroggio Traversari, général de l’ordre des Camaldules, un ordre érémite fondé par Saint Romuald au onzième siècle, que nous avons vu à l’œuvre avec Cuse était l’abbé de Sansepolcro et son protecteur. Piero sera d’ailleurs enterré dans l’église des Camaldules à Sansepulcro en 1492.

Ambrogio Traversari était un humaniste exemplaire. Il joue un rôle décisif dans le plus grand projet qui marque le début de la Renaissance : Les portes du Paradis du Baptistère de Florence. Ces immenses chantiers permettront au jeune Ghiberti de former pendant quarante ans plus d’une centaine de sculpteurs, de fondeurs, de dessinateurs et de peintres.

Selon l’historien de la cour d’Urbino, Vespasiano de Bisticci, Traversari réunissait dans son couvent de S. Maria degli Angeli près de Florence le cœur du réseau humaniste : Nicolas de Cuse, Niccolo Niccoli, qui possédait une immense bibliothèque de manuscrits platoniciens, Gianozzi Manetti, orateur de la première Oration sur la dignité de l’homme, Aeneas Piccolomini, le futur pape Pie II et Paolo dal Pozzo Toscanelli, le médecin-cartographe, futur ami de Léonard de Vinci, que Piero aurait également fréquenté.

Fig. 5. Piero della Francesca, Le baptême du Christ (1440-1460).

Il n’est donc point étonnant que la bataille pour l’Union de la Chrétienté apparaisse à plusieurs reprises dans les œuvres de Piero. Dans Le Baptême du Christ (Fig. 5), au centre du tableau, le Christ est baptisé par St-Jean Baptiste. A gauche un ange, qui regarde la scène du baptême, semble bénir discrètement deux figures de jeunes adolescents avec lesquels il fraternise. L’un est drapé suivant la mode grecque avec une couronne de fleurs, l’autre est habillé à l’italienne et porte une couronne de lauriers. Ces figures symbolisent l’Union des églises. Sur le côté droit du tableau, la représentation des dignitaires de l’église d’Orient se manifeste, ce qui confirme cette hypothèse. Entre eux et le Christ baptisé, on voit un homme qui retire sa chemise pour suivre l’exemple du Christ, image typique de la philosophie de la Dévotion Moderne qui préconisait une vie en « Imitation du Christ. »

Au service de Frédéric de Montefeltre

Piero della Francesca se met ensuite au service du duc Frédéric de Montefeltre à Urbino. Celui-ci avait été éduqué à Mantoue comme militaire à la Casa Giocosa dirigé par Vittorino da Feltre, un des premiers enseignants des cours princières à ouvrir son école à des élèves pauvres imposant déjà la mixité des classes (exigeant dans chaque groupe d’élèves au moins une fille). Le programme d’enseignement fait figure de précurseur du curriculum classique de Humboldt. En plus du latin et du grec les élèves apprenaient la littérature contemporaine dans leur langue maternelle, les mathématiques, la musique, l’art et la gymnastique.

En 1465, le pape Paul II le nomma gonfaloniero ou capitaine des armées pontificales et en 1467 il se trouva nommé à la tête d’une ligue d’états alarmée par l’impérialisme agressif de Venise. Les Commentaires de Pie II, sont remplis d’attaques contre l’attitude vénitienne : « ils étaient en faveur d’une guerre contre les Turcs avec leurs lèvres et la condamnaient dans leurs cœurs ».

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Fig. 6. Palais d’Urbino, quinzième siècle.

En alliance avec les papes humanistes, Montefeltre fera d’Urbino une pépinière de talents. Son palais à Urbino (Fig. 6), construit par Luciano Laurana, employait plus de cinq cent personnes et était décoré de marqueteries (les fameuses intarsia) et de trompe-l’œil. La musique y jouait un grand rôle et son palais abritait une riche collection d’instruments de musique représentative de l’époque. Des savants flamands et italiens s’y croisaient pour échanger des procédés technologiques et industriels. On y trouvait par exemple Francesco di Giorgio dont les études d’ingénieur seront reprises et continuées par Léonard de Vinci.

En peinture, Frédéric « ne trouvant pas de maîtres à son goût en Italie capables de colorer à l’huile, dépêcha ses envoyés jusqu’en Flandre pour y trouver un maître solennel et le faire venir à Urbino, où il fit exécuter de nombreuses et admirables peintures de sa main. » Ainsi il fera venir le peintre flamand Joos van Wassenhove (Juste de Gand) et le peintre espagnol Pedro Berruguete pour peindre les portraits de vingt-huit personnalités d’importance historique mondiale, parmi lesquelles Homère et Saint-Augustin. Avec l’aide de Vespasiano da Bisticci, il composera une des plus grandes bibliothèques de l’époque dont les oeuvres sont aujourd’hui incorporées à celle du Vatican.

En dehors du double portrait que Piero a fait de lui et de sa femme Battista Sforza, où il peint le duc de profil parce que celui-ci avait perdu un oeil dans une bataille, il apparaît aussi agenouillé dans le retable Pala Montefeltre (Fig. 7).

Fig. 7. Piero della Francesca, Pala Montefeltre (1469-1474)

Ce tableau, bien que très italien, a été fortement inspiré par la peinture flamande à l’époque, en particulier le tableau de Van Eyck La Vierge au chanoine van der Paele. Déjà la disposition en sacra converzatione [conversation sacrée], qui consiste à montrer un dialogue entre des personnages appartenant au domaine céleste et terrestre dans un lieu unique, sera partagée par les artistes italiens et les flamands de cette époque.

Le soin de plus en plus grand que Piero porte au sens du détail est typiquement flamand car la peinture y baignait dans une théophanie pré-cusaine. La ressemblance entre le Saint-Georges de Van Eyck et la façon dont apparaît le duc Montefeltre est frappante. L’objet le plus intéressant de ce tableau est évidemment l’œuf suspendu à une ficelle. Les uns y voient le symbole de l’Immaculée Conception, les autres y voient le symbole des quatre éléments du monde. Mais cela nous amène aux thèses philosophiques de Cuse.

Cuse à l’origine d’une perspective non-linéaire

Quelques observateurs avertis ont remarqué avec consternation un phénomène jugé illégitime dans les oeuvres de Piero della Francesca. Comment se fait-il que ce génie de la perspective, comme le prouve son traité De prospectiva pingendi de 1472, produit finalement des oeuvres avec assez peu d’effet de profondeur. Dans son traité Piero mobilise dans un cas précis pas moins de trois cents points de repère pour dessiner le socle d’une colonnade. Mais tous ces efforts n’aboutissent pas à nous donner le vertige. On est même frappé par une certaine platitude. Ce n’est qu’en imaginant le plan au sol, que finalement nous nous rendons compte de la profondeur représentée.

Des travaux récents ont ouvert une piste très intéressante en établissant une parenté d’idées entre la démarche de Piero della Francesca et la philosophie de Cuse. Dans Le Tableau ou La vision de Dieu (1453) qu’il envoyait aux moines de la Tegernsee, Cuse condense son oeuvre fondamental La Docte Ignorance (1440).

Comme point de départ pour sa spéculation théo-philosophique il prend un auto-portrait de son ami, le peintre flamand Roger van der Weyden. Cet autoportrait, comme des multiples faces du Christ qui ont été peintes au quinzième siècle, opère par une « illusion optique » l’effet d’un regard qui fixe le spectateur, même si celui-ci n’est pas en face du retable. Dans son sermon, Cuse recommande aux moines de se mettre en demi-cercle autour du tableau et de marcher sur le segment de la courbe. Vous voyez, dit-il, Dieu vous regarde personnellement et vous suit partout et il vous regarde même quand vous vous détournez de lui. Mais, tout en ayant une relation personnelle avec chacun, il regarde tout le monde en même temps.

A partir de ce paradoxe du un et du multiple, il développe notre incapacité d’accéder directement à l’absolu qui est au-delà du visible immédiat :

« Mais ce n’est pas avec les yeux de chair qui regardent ce tableau, que je vois la vérité invisible de ta face qui se signifie ici dans une ombre réduite, c’est avec les yeux de la pensée et de l’intelligence. Car ta vraie face est détachée de toute réduction. Elle ne relève ni de la quantité, ni de la qualité, ni du temps, ni du lieu. Elle est la forme absolu, la face de toutes les faces » (Chap. VI).

En approfondissant, deux concepts viendront étoffer cette pensée. D’abord Dieu enveloppe la raison de toutes choses (chap. I). Il est l’éternité qui embrasse la succession des instants (chap. XI), la cause qui enveloppe l’effet. Le monde visible est donc le développement [ex-plicatio] de cette puissance invisible d’enveloppement [com-plicatio], le développement en acte des possibles (chap. XXV).

Ensuite Cuse veut nous amener au point où l’absolu puisse se révéler à nous. Pour cela, il utilise dans ce sermon un cheminement « mystique » classique qui lui permet d’attaquer la scolastique aristotélicienne. Il s’agit de constater toutes les limites d’une « raison raisonnante », car comme à l’image d’un polygone inscrit dans un cercle dont la multiplication des angles ne permettra jamais à faire coïncider le polygone avec le cercle, notre raisonnement ne pourra jamais saisir la totalité de l’absolu.

Fort de cette « docte ignorance », ce savoir socratique « qu’on sait qu’on ne sait pas », Cuse évoque la métaphore du « mur du Paradis ». C’est le mur de la « coïncidence des contraires » et ce n’est qu’au-delà que la révélation est possible :

« O Dieu très admirable ! Tu ne relèves ni du nombre singulier ni du nombre pluriel mais, au-dessus de toute pluralité et de toute singularité, tu es uni-trinitaire et tri-unitaire. Je vois donc que dans le mur du Paradis où tu es, mon Dieu, la pluralité coïncide avec la singularité et que tu habites bien plus loin au-delà… »

« De là, la distinction qui existe dans le mur de la coïncidence – où le distinct et l’indistinct coïncident-devance toute altérité et diversité intelligibles. Car ce mur s’arrête à la puissance de toute intelligence, quoique l’œil étende son regard au-delà, dans le Paradis. Ce qu’il voit, il ne peut ni le dire, ni le comprendre. Car son amour est un trésor secret et caché qui même découvert demeure caché. Il se trouve dans le mur de la coïncidence du caché et du manifeste… » (Chap. XVII, p. 69-73)

Cependant, à l’opposé des « théologies négatives », médiévales ou orientales qui conduisent souvent au renoncement du monde actif, pour Cuse, ce franchissement du Mur permet à l’homme d’accéder au « Paradis » pendant cette vie. Cette coïncidence des contraires n’est donc pas le résultat d’une quête rationnelle, mais le fruit d’une révélation. En allant vers Dieu, celui-ci se révèle. (Note *1). Un commentaire sur son adversaire, le scolastique de Heidelberg Johann Wenck illustre bien sa pensée :

« Or, aujourd’hui, c’est la secte aristotélicienne qui prévaut, et elle tient pour hérésie la coïncidence des opposés dont l’admission permet seule l’ascension vers la théologie mystique. A ceux qui ont été nourris dans cette secte, cette voie paraît absolument insipide et contraire à leur propos. C’est pourquoi ils la rejettent au loin et ce serait un vrai miracle, une véritable conversion religieuse, si, rejetant Aristote, ils progressaient vers les sommets ».

La Flagellation

Alors comment cela se traduit en peinture ? Tout d’abord au lieu de traiter « l’espace » dans son développement visible [ex-plicatio], on tente de le représenter dans son enveloppement invisible [com-plicatio].

Fig. 8. Piero della Francesca, La Flagellation (vers 1470).

Le tableau de Piero, La Flagellation (Fig. 8), en est un bon exemple. Le thème de l’union des églises d’Orient et d’Occident et de la nécessité d’une expédition militaire pour protéger les chrétiens d’Orient s’y retrouve. Sur le cadre original figurait d’ailleurs le texte  Convenerunt in unum  [Ils se mirent d’accord et s’allièrent]. Ce texte enferme une double signification pour le tableau.

A gauche on voit ceux qui s’allièrent pour mettre à mort le Christ, juste avant le début de la flagellation avec Jean VIII Paléologue, identifié grâce à une médaille de Pisanello en Ponce Pilate, et Mohammed II vu de dos.

A droite, il y a ceux qui devraient s’allier pour intervenir : on y voit le cardinal grec Bessarion face à un dignitaire latin, probablement le commanditaire du cycle de fresques que Piero exécuta à Arezzo, Giovanni Bacci, qui était proche du réseau humaniste. Entre eux deux, un genre d’ange sans ailes semble imposer son exigence pour que le dialogue se concrétise.

Piero, féru de mathématiques, n’a pas raté l’occasion pour nous livrer une démonstration de son talent.

D’abord, le tableau possède comme hauteur un braccio ou brasse (58,6 cm), la mesure la plus utilisée à l’époque en Toscane. Sa largeur (81,5 cm) est obtenue en rabattant la diagonale (nombre irrationnel) du carré formé par la hauteur et forme ainsi un rectangle harmonique.

Fig. 9. Plan au sol de La Flagellation.

Ensuite, comme dans certaines oeuvres de Fra Angelico, dans la Flagellation le spectateur se trouve d’une façon quasiment perpendiculaire devant une série de colonnes qu’il peut à peine identifier. Quand on compare le plan au sol (Fig. 9) avec ce qu’on voit sur le tableau, on constate effectivement un sens harmonique de l’espace, mais l’effet spatial s’opère plus par suggestion que par déploiement.

On peut utilement identifier cette position de vue à ce qu’on appelle en géométrie le « point de vue stable » ou « générique » en opposition avec « le point de vue instable » ou « non-générique. » (Fig. 10). Ce point de vu instable fait coïncider le point de vue du spectateur avec celui de l’absolu comme le suggère Cuse dans La vision de Dieu.

Fig. 10. Point de vue « générique » ou stable et le point de vue « non-générique » ou instable (exemple du cube devenant hexagone).

Pour démontrer ce phénomène j’ai imaginé une petite expérience. Si je place devant une source lumineuse un cube que j’ai construit avec des baguettes de bois, j’obtiens sur un écran des ombres qui vont varier en fonction de la rotation du cube devant cette source. Quand je tourne le cube sur un angle, j’obtiens d’une façon très démonstrative comme ombre du cube un hexagone ! Ainsi la projection d’un objet en position spatiale « maximale » coïncide avec l’espace « minimale » de la surface hexagonale ! Ce point de vue est la position où tous les déploiements sont possibles, et à partir de laquelle toutes les formes peuvent être générées. Il est en même temps le point de vue du mur des coïncidences des contraires, puisque surface et volume y coïncident !

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Fig. 11. Piero della Francesca, L’Annonciation (1460/70).

Ce procédé compositionnel apparaît peut-être encore plus brillamment dans l’Annonciation (Fig. 11) qui figure dans le fronton du Polyptyque de saint Antoine. Un effet de quasi-inversion de l’espace s’y opère par la coïncidence des opposés. Piero savait qu’il fallait réserver la perspective classique pour le domaine du « mesurable », mais que pour exprimer « l’incommensurable » et ouvrir les yeux de l’intellect, il fallait planifier un effet non-linéaire mais légitime. Dans l’Annonciation, il intensifie cet effet en plaçant une plaque de marbre au fond du couloir qui annule quasiment l’effet de perspective qu’il vient de créer avec virtuosité avec les colonnades du couloir. Cette plaque de marbre est peut-être la représentation du mur de la coïncidence des contraires ? S’agit-il des portes du Paradis, c’est-à-dire l’ouverture vers la révélation ?

Fig. 12. Piero della Francesca, La Résurrection du Christ (1455-1465).

Une autre démonstration du génie compositionnel de Piero se dévoile dans la Résurrection (Fig. 12) qui se trouve à l’hôtel de ville de Sansepolcro (sainte sépulture). Le Christ nous y étonne parce que bien que les spectateurs se trouvent en bas, et la perspective des soldats le prouve, nous avons l’impression bizarre d’être en haut au même temps.

Piero, en reprenant l’iconographie de La Résurrection d’Andrea del Castagno, modifie trois choses : d’abord il montre d’un côté des arbres morts et de l’autre des arbres fleuris, pour signifier symboliquement l’effet de la résurrection. Ensuite, en mettant le bord du tombeau, qui devient quasiment un autel d’église, à la hauteur de la ligne de vision du spectateur, le spectateur se retrouve, comme devant l’hexagone, sur un point de vision « non-générique ». Toute l’ambiguïté éclate quand nous réalisons que, bien que nous nous soyons positionnés en dessous du Christ, son visage nous apparaît de face. Cette anomalie n’est pas « une erreur », mais un paradoxe délibéré indispensable pour nous éveiller à la métaphore. Ainsi d’un monde linéaire et mortifié, toute la dimension métaphysique s’exprime d’une façon très simple grâce à cette façon de composer.

La compréhension de cette méthode qui fait appel à des paradoxes géométriques, nous permet de mieux comprendre la démarche de Piero et l’oeuf du Pala Montefeltre, se trouve ainsi démystifié. Le fait que l’œuf y soit éclairé ainsi que le bord de l’abside en forme de coquillage de Saint-Jacques nous fait visuellement croire que l’œuf est suspendu au-dessus de la Vierge, réalité formellement exclue, puisqu’une voûte à caissons sépare les personnages du fond de l’abside. Positionné sur le croisement des diagonales du carré qu’on peut inscrire dans la partie supérieure du tableau, l’œuf de Piero fera coïncider le premier plan avec le dernier, et l’absence d’une ombre projetée de l’œuf est là pour renforcer cet effet.

Notons aussi dans ce tableau la présence discrète du meilleur élève de Piero della Francesca, Luca Pacioli di Borgo (1445-1510) (à droite derrière le duc Montefeltre). Bien que Vasari accuse à deux reprises ce moine franciscain d’avoir plagié vilainement l’œuvre mathématique de Piero della Francesca, nous avons de bonnes raisons pour croire qu’une bonne entente dominait leur relations.

Luca Pacioli, le transmetteur

Fig. 13. Jacopo de’ Barbari, Portrait de Luca Pacioli (1495).

Elève de Piero, Luca Pacioli (Fig. 13) évoluait d’abord à la cour d’Urbino où il enseignait les mathématiques au fils de Frédéric de Montefeltre, Guidobaldi. Ensuite il rencontrera Léonard de Vinci à la cour de Milan où Léonard fera pour lui les dessins des polyèdres réguliers et irréguliers qui illustrent son De divina proportione (1509). Léonard fréquentait régulièrement Pacioli qu’on considère aujourd’hui comme une influence majeure sur le peintre. Leurs échanges d’idées se poursuivront quand Léonard s’installe à Florence où Pacioli viendra enseigner Euclide. Ainsi les écrits de Pierro della Francesca ont été transmis à Léonard, en particulier son Trattato dell’abaco qui traite d’arithmétique, d’algèbre et de stéréométrie et le Libellus de quinque corporibus regularibus que Pacioli fera imprimer sans trop de changements dans son traité de la Divina proportione.

S’il n’est pas sûr qu’Albrecht Dürer (1471-1528) ait pu rencontrer Piero della Francesca (qui décède en 1492), il est établi qu’il a reçu son initiation à la perspective auprès de Luca Pacioli durant son séjour à Bologne. On voit d’ailleurs dans son traité, Instruction dans l’Art de Mesurer, comment il retravaille des pans entiers du traité de Piero.

Léonard, héritier de Cuse

Depuis le livre d’Ernst Cassirer de 1927, l’influence de Cuse sur Léonard a été constatée, mais on ne sait pas si cette influence s’est effectuée par Luca Pacioli. Ce qui est sûr, c’est que le meilleur ami de Cuse, car ils se sont connus pendant leurs études communes à Padoue, était Paolo dal Pozzo Toscanelli, médecin, perspectiviste, géographe en son temps. Il deviendra l’aide et l’ami de Léonard !

L’historien d’art Daniel Arasse a résumé, à partir de nouvelles recherches sur les manuscrits de Madrid, ce qu’on pense savoir sur la culture du maître et il a rétablit la véracité des découvertes d’Ernst Cassirer entre-temps mis en doute par Eugenio Garin (Note *2).

« …il est très probable que Léonard a connu au moins deux textes du Cusain : le De transmutationibus geometricis et le De ludo globi. Au début des années 1500, les manuscrits Forster I et Madrid II, ainsi que des nombreuses pages du Codex Atlanticus multiplient en effet les études sur les transformations des corps solides et celles des surfaces courbes en surfaces rectilignes, et Léonard aboutit à un projet de traité De ludo geometrico. De même, le Manuscrit E (1513-1514) contient des dessins (fol. 34 et 35) qui illustrent le ‘jeu du globe’ qui avait exercé lesspéculations du philosophe allemand ; or, il ne s’agissait pas d’enfantillage puisque le mouvement spiralé d’un corps sphérique invitait àpenser,sur un cas précis et complexe, la question du mouvement imprimé à un corps pesant, question centrale de la physique aristotélicienne qui mettait en jeu au quinzième siècle la notion d’impetus par rapport à laquelle Léonard a proposé sa propre définition de forza, au coeur de sa conception de la nature » (Note *3)

Une autre parenté d’idées entre Léonard et Cuse existe sur la question de la profanité. Le statut d’ uomo sanze lettere , que Léonard revendique fièrement dans le Codex Atlanticus ressemble fortement au profane que Cuse imagine dans le dialogue de De Idiota [le profane] (1450). Un simple artisan qui taille des cuillers dans du bois, y devient le maître à penser d’un orateur et d’un « philosophe ». Comme chez Erasme plus tard dans L’éloge de la Folie, Léonard critique le savoir livresque au nom de la capacité souveraine de chaque être humain à penser par lui-même en soumettant ses hypothèses à l’expérience dans la nature.

L’influence de Piero della Francesca dans l’oeuvre de Léonard

Fig. 14. Léonard de Vinci, La Vierge aux Rochers (1483-1486).

Ceci donne une nouvelle cohérence à deux œuvres de la période milanaise, c’est-à-dire précisément l’époque où le peintre est en dialogue avec Pacioli.

D’abord regardons La Vierge aux Rochers (Fig. 14). Rappelons-nous d’abord que Léonard affirmait que le but de la peinture était de « rendre visible l’invisible. » Ce que nous avons évoqué sur la notion de enveloppement-développement dans la pensée de Cuse permet de saisir cette expression à sa juste valeur.

Les dimensions de l’oeuvre sont bien générées par la « divine proportion » (section d’or) c’est-à-dire celles d’un rectangle d’or, obtenue en abattant la diagonale de la moitié d’un carré sur coté.

Dans La Vierge au Rochers, on remarque souvent que la Vierge semble vouloir empêcher que l’enfant Jésus tombe dans un précipice qui s’ouvre devant ses pieds, impression qui découle de l’emploi du point de vue instable. Cet effet est amplifié par l’organisation de la lumière, contribution originale de Léonard précurseur de Rembrandt. L’épaisse pénombre de la grotte rappelle un passage de Cuse du chapitre VI du Le tableau ou la vision de Dieu  :

« De même, alors qu’il cherche à voir la lumière du soleil, soit la face du soleil, notre oeil la regarde d’abord voilée, dans les étoiles, dans les couleurs et dans tout ce qui participe de sa lumière. Mais quand il s’efforce de la voir sans voile, il dépasse toute lumière visible, car toute lumière est plus faible que celle qu’il cherche. Mais comme il cherche à voir la lumière qu’il ne peut voir, il sait que tant qu’il voit quelque chose, ce ne sera pas ce qu’il cherche et qu’il lui faut donc dépasser toute lumière visible. Il doit ainsi dépasser toute lumière : il lui est alors nécessaire d’entrer là où il n’y a pas de lumière visible. Et je dirais qu’il n’y a pour l’œil que ténèbres. Et dès qu’il est dans les ténèbres, dans l’obscurité, il sait qu’il a atteint la face du soleil ».

Donc la seule façon de représenter la lumière invisible, c’est par les ténèbres ! Est-ce que ce n’est pas pour cela que Léonard a choisi une grotte ? La lumière qui éclaire les figures est la lumière du visible, mais celle qui vient du fond de la grotte est d’une qualité radicalement différente. Ne représentera-t-elle pas la lumière invisible ?

Ainsi Léonard de Vinci n’est pas un génie divin envoyé par les cieux. De l’œuf sans ombre, métaphore de la coïncidence du matériel et de l’immatériel, que nous livre Piero della Francesca, est sorti l’explosion de la créativité humaine guidée par un amour universel. Léonard est pour ainsi dire le bébé-éprouvette du grand laboratoire de la Renaissance, un autodidacte humble et géant, à l’image du profane de Nicolas de Cuse, où le théologien rencontre l’artisan. Car pour Cuse l’acte d’amour pour Dieu ne peut se faire hors de la connaissance au service de l’action. Donc, loin de voir science et action créatrice comme ce qui éloigne l’homme de la foi, c’est précisément leur accroissement qui rapproche l’homme de l’absolu. Dans l’esprit de la coïncidence des contraires, c’est la spéculation la plus métaphysique qui portera le plus de fruits en terme de découvertes dans le domaine terrestre (Note *4). Cuse, précurseur de Leibniz et de LaRouche, définit ainsi une transcendance participative, une théo-philosophie génératrice de découvertes scientifiques, véritable science de l’économie.

Il y a fort longtemps, un représentant de l’église orthodoxe de l’Ile de Capri confiait à l’auteur : « la plus grande erreur de l’humanité a été la Renaissance. On a voulu remplacer Dieu par la raison humaine et ainsi l’homme court à sa perte. Mais l’échec de ce règne de la raison ramènera l’homme vers la foi authentique »

Malraux disait que le vingt-et-unième siècle « sera spirituel ou ne sera pas. » Nous le pensons profondément, mais notre combat définira s’il s’agira d’une nouvelle Renaissance ou d’un nouvel âge des ténèbres.


Notes :

*1. Ce thème apparaît déjà sous une forme intuitive chez le « mystique » flamand Jan van Ruusbroec (1293-1381), notamment dans son livre Les Noces Spirituelles. La définition que donna Ruusbroec de la vie commune, dans son écrit La pierre brillante servira par la suite à son élève Geert Grote pour créer les  Frères et Soeurs de la Vie Commune . Partant d’Hadewich d’Anvers et le mouvement des béguins ils deviendront l’ordre augustinien de la Congrégation de Windesheim au Pays Bas. Cet ordre laïc sera très actif dans la traduction, l’enluminure et l’impression des manuscrits. De ses rangs sortiront notamment Thomas à Kempis, auteur de l’Imitation du Christ, le « prince des humanistes » Erasme de Rotterdam et des scientifiques comme le géomètre Gemma Frisius et son élève, le cartographe Gérard Mercator. Jérôme Bosch sera proche de cette mouvance. Nicolas de Cuse sera formé par les Frères à Deventer (il y fondera en 1450, la « bursa cusana », une bourse destinée à aider les étudiants pauvres) et il retrouvera un de ses précepteurs, Heymeric van de Velde (de Campo) à Cologne en 1425. Celui-ci l’initiera à Raymond Lulle, à Denis l’Aréopagite et Albert le Grand. Van de Velde sera un des représentants au Concile de Bâle et acceptera l’offre des humanistes de Flandres de diriger la nouvelle l’Université de Louvain. Nicolas de Cuse déclina cette offre, parce qu’il se savait un rôle politique plus grand.

*2. Eugenio Garin écrit en 1953 que « la spéculation cusaine, mûrie à travers la rencontre du néo-platonisme et de la théologie allemande, n’a rigoureusement rien à voir avec la science de Léonard » qui aurait été de toute façon incapable de lire et de comprendre le latin complexe de Cuse ! Ce mépris des « lettrés » pour le « peuple », propre à l’ordre féodal, se retrouve bizarrement dans un article de Serge July dans Libération en 1995. Celui-ci y affirmait qu’il était impossible que les maires ruraux de France puissent comprendre le message « complexe » du candidat présidentiel Jacques Cheminade, et que cela constituait donc « la preuve » que celui-ci avait acheté leur soutien !

*3. Daniel Arasse, Léonard de Vinci, p. 69, Editions Hazan, 1997, Hazan.

*4. Par exemple : Nicolas de Cuse, à partir de sa compréhension du caractère absolu de Dieu postule que toute chose crée est nécessairement imparfaite. Ainsi il conclut que la terre ne peut être une sphère parfaite. Si elle n’est qu’une sphéroïde, son centre parfait n’est pas parfaitement au centre. Bien au-delà de la révolution copernicienne qui remplaçait la terre par le soleil comme centre de l’univers, et corrigeant en cela la vision scolastique aristotélicienne, Cuse écrit : « Le centre du monde n’est pas plus à l’intérieur de la terre qu’à l’extérieur, et la terre n’a pas de centre, ni aucune sphère non plus. Car le centre est un point équidistant de la circonférence. Or il est impossible qu’il existe une sphère ni un cercle parfaitement vrais ; il est donc évident qu’il ne peut y avoir de centre tel qu’on puisse le concevoir un plus vrai et un plus précis. Hors de Dieu on ne saurait découvrir dans le domaine du divers aucune équidistance précise, car Dieu seul est l’Egalité infinie. Le vrai centre du monde, c’est donc Dieu infiniment saint, car il est le centre de la terre et de toutes les sphères et de tout ce qui existe au monde, il est en même temps de toutes choses la circonférence infinie » (De la docte ignorance, Chap. XI)

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