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Karel Vereycken:以悖论式隐喻,显现无形之物

Posted on by Jonathan Hale

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在一个充斥着浮光掠影与浅显直白的世界里,有这样一位艺术家,他致力于挖掘更深层的真理,将无形之物引入可见之境。Karel Vereycken 正是这样一位艺术家。他是一位版画家,其艺术之旅始于比利时的历史名城安特卫普,如今在法国的阿尔让特伊绽放光彩。他的作品超越了单纯的再现,通过精心构建的悖论式隐喻,深入探究人类经验的复杂织锦。Vereycken 的艺术不仅供人观赏,更是一场深刻对话的邀约,一场对塑造我们生活的无形力量的沉思。

Karel Vereycken 于1957年出生于安特卫普,他的艺术之路并非坦途,而是一场由际遇和内在驱动力共同塑造的丰富探索。他的父母在港口与船舶维修行业的背景下艰难谋生,但他们认识到文化熏陶对孩子成长的重要性。Vereycken 早年曾短暂学习音乐,后因刻板的教学方法而中断,转而进入一所社区绘画学校,正是这里为他未来的艺术生涯播下了种子。在雕塑家 Herman Cornelis 的指导下,他学会了观察与复制的力量,这位老师采用的是一种亲身实践、凭直觉教学的方式。十二岁时,他迎来了人生的一个关键时刻——赢得了他的第一个艺术奖项。这份认可,加上老师对他“宝贵天赋”的肯定,促使他接受更正规的训练。在母亲的鼓励下,他进入布鲁塞尔的圣卢克学院,沉浸在造型艺术的学习中。在这里,通过对解剖学以及达芬奇和阿尔布雷希特·丢勒等大师作品的严谨研究,他为理解形式与表达奠定了坚实的基础。随后,他在皇家美术学院继续深造,以“优异”的成绩获得了铜版画专业的结业证书,进一步巩固了他对技艺掌握的执着追求。

之后移居巴黎的时期,Vereycken 参与了多样的活动。他最初为一家非商业出版物从事新闻和编辑工作,但艺术的呼唤始终萦绕心头。他回归其艺术本源,起初探索古代绘画技术,使用手工制作的蛋彩和传统的油画技法重现古典大师的作品。这段时期虽然在技术探索上收获颇丰,但在展览方面却充满挑战,因为这些作品在他有机会展出之前就已被人收藏。这促使他重新将注意力转向水彩和精细的蚀刻版画工艺,这些媒介后来成为他创作实践的核心。

他持续参与法国的蚀刻版画社群,这体现了他对磨练技艺的不懈追求。作为法国国家版画联合会的成员,Vereycken 在 Atelier63 工作室提升了他的技术实力,并在丹麦版画家 Bo Halbirk 创立的蒙特勒伊印刷工作坊进一步完善了他的工艺。这段从安特卫普充满活力的街道到布鲁塞尔和巴黎艺术中心的旅程,彰显了他对卓越的终生追求,以及对艺术创作不朽力量的根深蒂固的热情。

“Sublimart”:悖论式隐喻的艺术

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Vereycken 的艺术创作可以用他自创的术语“sublimart”来最好地描述——一个融合了“sublime”(崇高)与“art”(艺术)的词。这个新词概括了他独特的创作手法:运用悖论式隐喻,将灵魂提升至崇高境界的具象艺术。他的作品无关乎肤浅的美或直白的叙事,而是构建视觉上的悖论,以此作为通往更深层次理解的大门。正如他言简意赅地指出的,“让无形可见”是他创作背后的驱动力。他实现这一目标并非通过传统的象征主义或直接的描绘,而是将迥异的元素编织在一起,以此挑战观者的感知,激发深入的思考。

他主要运用的材料和技术——蚀刻、绘画、油画和水彩——都经过了审慎的选择。蚀刻版画,凭借其固有的精确性与错综复杂的线条表现力,尤其适合他探索层层递进的意义。蚀刻的过程需要耐心与审慎的行动,这与其观念性隐喻的深思熟虑的构建过程如出一辙。他对古典技术的执着,结合现代的感性,使其具象作品充满了深刻的情感与智识共鸣。每一件作品都是形式与观念之间精心编排的对话,邀请观者踏上一段个人的发现之旅。

Vereycken 作品的主题基础并非刻意为之,而是从他与世界的互动及艺术探索中自然生发。他希望“通过向人们展示,没有什么比‘古典’艺术更‘现代’、更‘革命’,从而震撼他们”。然而,他对古典艺术的定义远非僵化或学院派。对 Vereycken 而言,它代表着一种“基于非犬儒、具解放性、充满反讽与诗意隐喻的构图科学”。他相信,这些隐喻是所有艺术形式(无论是视觉艺术还是音乐)的根本关键。他的方法植根于这样一种理解:艺术是艺术家赠予观者的深刻“礼物”,是一种促进联结和共享体验的爱的行动。

艺术启迪的愿景

Jardin d’Argenteuil, 2025

Karel Vereycken 的艺术事业充满了深刻的使命感,远不止于创作赏心悦目的物品。他将自己的工作视为一种“教学活动”,一场“人文主义思想游击战”,旨在唤醒观者,让他们感知到新的维度。虽然他承认销售对于推进其艺术事业的重要性,但他最终的动机并非迎合大众品味,而是促进与观者更深层次的联结。他努力使艺术成为一扇“窗户”,通往人们凭直觉认为重要却往往无法触及的领域。

他致力于分享自己的知识和热情,这充分体现了他对这一愿景的承诺。他曾在巴黎卢浮宫、安特卫普、布鲁塞尔或法兰克福的博物馆、米兰的布雷拉美术馆、柏林的画廊以及纽约大都会艺术博物馆等主要艺术机构举办过多次导览。这些沉浸式体验已被记录下来,部分录音可在他的网站上获取,让更广泛的受众能从他的见解中受益。他收到的由衷感谢,许多人表示惊讶于思想竟能通过绘画如此深刻地传达,这突显了他教学方法的影响力。

展望未来,Vereycken 的发展轨迹依然以积极参与和扩大其影响力的愿望为标志。他的作品曾在纽约的 ARTEXPO 和巴黎卢浮宫卡鲁塞尔厅的 ARTSHOPPING 以数字形式展出,他持续活跃于当代艺术平台。在赢得“蒙娜丽莎奖”并随后在巴黎的 Galerie Mona Lisa 举办展览之后,他的重心仍然是分享他那具有变革力量的艺术。即将在萨尔瓦多为 SUMARTE 2026 举办展览的计划,标志着他的国际抱负以及让全球观众接触到他独特视角的持续承诺。他正在进行的作品,如概念丰富的《天堂阶梯》,展示了他对融合多元视觉灵感——在此例中是中国黄山的风光与佛兰德的风景画传统——的持续探索,旨在为人类旅程打造强有力的隐喻。

Karel Vereycken 的艺术证明了求知欲、精湛技艺以及对艺术启迪人类精神能力的深刻信念所具有的持久力量。通过创造悖论式的隐喻,他邀请我们超越表象,去探寻塑造我们存在的无形意义之流。他的作品有力地提醒我们,真正的艺术性不仅在于所见之物,更在于所感、所悟,并最终被揭示的一切。

欲联系 Karel Vereycken 并探索其引人入胜的作品,请访问他的网站及社交媒体平台:

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Karel Vereycken: Creare metafore paradossali per svelare l’invisibile

Posted on by Jonathan Hale

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In un mondo spesso saturo dell’immediato e dell’ovvio, esiste un artista dedito a scavare alla ricerca di verità più profonde, a traghettare l’intangibile nel regno del visibile. Karel Vereycken, incisore il cui percorso è iniziato nella storica città di Anversa, in Belgio, e che oggi fiorisce ad Argenteuil, in Francia, è uno di questi artisti. La sua opera trascende la mera rappresentazione, addentrandosi nella complessa trama dell’esperienza umana attraverso metafore paradossali meticolosamente elaborate. L’arte di Vereycken non è fatta semplicemente per essere osservata; è un invito a un dialogo profondo, una contemplazione delle forze invisibili che modellano le nostre vite.

Nato ad Anversa nel 1957, il percorso artistico di Karel Vereycken non è stato una linea retta, ma una ricca esplorazione modellata tanto dalle circostanze quanto da una spinta innata. I suoi genitori, che lavoravano nell’industria portuale e delle riparazioni navali, riconobbero l’importanza di un arricchimento culturale per i loro figli. Un primo approccio alla musica, interrotto da un metodo di insegnamento troppo rigido, lo portò a una scuola di disegno popolare, e fu qui che vennero gettati i semi del suo futuro artistico. Sotto la guida di Herman Cornelis, uno scultore dall’approccio pratico e intuitivo, Vereycken imparò il potere dell’osservazione e della riproduzione. Un momento cruciale arrivò all’età di dodici anni, quando vinse il suo primo premio d’arte. Questo riconoscimento, unito alla convinzione del suo insegnante che possedesse un “talento prezioso”, lo spinse verso una formazione più accademica. L’incoraggiamento della madre lo condusse all’Institut Saint-Luc di Bruxelles, dove si immerse nelle Arti Plastiche. Qui, lo studio rigoroso dell’anatomia e delle opere di maestri come Leonardo da Vinci e Albrecht Dürer gli fornì una comprensione fondamentale della forma e dell’espressione. La sua dedizione alla maestria si consolidò ulteriormente all’Académie Royale des Beaux-Arts, dove ottenne un certificato di passaggio in incisione su rame “con lode”.

Il successivo trasferimento a Parigi segnò un periodo di impegni diversificati. Inizialmente, Vereycken si dedicò al giornalismo e all’editing per una pubblicazione non-profit, ma il richiamo dell’arte rimase insistente. Tornò così alle sue radici artistiche, esplorando inizialmente le antiche tecniche pittoriche e ricreando le opere dei grandi maestri con la tempera all’uovo preparata a mano e i metodi tradizionali a olio. Questo periodo, sebbene arricchente per la scoperta tecnica, si rivelò difficile dal punto di vista espositivo, poiché le opere trovavano nuovi acquirenti prima che potesse presentarle al pubblico. Ciò lo portò a concentrarsi nuovamente sull’acquerello e sulla meticolosa arte dell’acquaforte, mezzi espressivi che sarebbero diventati centrali nella sua pratica.

Il suo costante impegno nel perfezionare le proprie abilità è evidente nel suo continuo dialogo con la comunità dell’incisione in Francia. Come membro della Fédération nationale de l’estampe, Vereycken ha affinato la sua abilità tecnica presso l’Atelier63 e ha ulteriormente perfezionato la sua arte nel laboratorio di stampa di Montreuil, fondato dall’incisore danese Bo Halbirk. Questo viaggio, dalle vibranti strade di Anversa ai poli artistici di Bruxelles e Parigi, sottolinea una ricerca dell’eccellenza durata tutta la vita e una passione radicata per il potere intramontabile della creazione artistica.

“Sublimart”: l’arte della metafora paradossale

La produzione artistica di Vereycken è descritta al meglio dal termine da lui coniato, “sublimart”, una fusione di “sublime” e “arte”. Questo neologismo racchiude il suo approccio unico: un’arte figurativa che impiega metafore paradossali per elevare l’anima a un livello sublime. La sua opera non riguarda la bellezza superficiale o la narrazione diretta, ma la costruzione di paradossi visivi che fungono da portali verso una comprensione più profonda. “Rendere visibile l’invisibile”, come lui stesso afferma sinteticamente, è la forza motrice delle sue creazioni. Raggiunge questo obiettivo non attraverso un simbolismo convenzionale o una rappresentazione diretta, ma intrecciando elementi disparati in un modo che sfida la percezione e stimola la contemplazione.

I materiali e le tecniche che utilizza principalmente – acquaforte, pittura, olio e acquerello – sono impiegati con mano sapiente. L’acquaforte, con la sua precisione intrinseca e le linee complesse che consente di tracciare, è particolarmente adatta alla sua esplorazione di significati stratificati. Il processo dell’acquaforte richiede pazienza e un’azione deliberata, rispecchiando la costruzione ponderata delle sue metafore concettuali. La sua dedizione alle tecniche classiche, unita a una sensibilità moderna, gli permette di infondere nelle sue opere figurative una profonda risonanza emotiva e intellettuale. Ogni opera è un dialogo accuratamente orchestrato tra forma e concetto, che invita lo spettatore a intraprendere un personale viaggio di scoperta.

I fondamenti tematici del lavoro di Vereycken non sono perseguiti consapevolmente, ma emergono piuttosto in modo organico dal suo confronto con il mondo e dalle sue esplorazioni artistiche. Cerca di “scioccare il pubblico mostrando che nulla è più ‘moderno’ e ‘rivoluzionario’ dell’arte ‘classica’”. Tuttavia, la sua definizione di arte classica è tutt’altro che rigida o accademica. Per Vereycken, essa rappresenta una “scienza della composizione basata su metafore non ciniche, liberatorie, ironiche e poetiche”. Queste metafore, a suo avviso, sono le chiavi fondamentali di ogni forma d’arte, sia essa visiva o musicale. Il suo approccio si fonda sulla comprensione che l’arte è un “dono” profondo dell’artista allo spettatore, un atto d’amore che promuove la connessione e l’esperienza condivisa.

Una visione di illuminazione artistica

Jardin d’Argenteuil, 2025.

Gli sforzi artistici di Karel Vereycken sono intrisi di un profondo senso di scopo, che va oltre la creazione di oggetti esteticamente piacevoli. Considera il suo lavoro come una forma di “attività didattica”, una “guerriglia intellettuale umanistica” volta a risvegliare negli spettatori nuove dimensioni della percezione. Pur riconoscendo l’importanza delle vendite per portare avanti la sua ricerca artistica, la sua motivazione ultima non risiede nell’assecondare il gusto popolare, ma nel facilitare una connessione più profonda con lo spettatore. Si sforza di rendere l’arte una “finestra” su mondi che le persone riconoscono intuitivamente come significativi, ma ai quali spesso è stato negato l’accesso.

Il suo impegno verso questa visione è esemplificato dai suoi sforzi per condividere la sua conoscenza e la sua passione. Ha condotto numerose visite guidate in importanti istituzioni artistiche come il Louvre di Parigi, i musei di Anversa, Bruxelles o Francoforte, la Pinacoteca di Brera a Milano, la Gemäldegalerie di Berlino e il Metropolitan Museum di New York. Queste esperienze immersive sono state documentate e alcune registrazioni audio sono disponibili sul suo sito web, permettendo a un pubblico più vasto di beneficiare delle sue intuizioni. La sincera gratitudine che ha ricevuto, con persone che hanno espresso il loro stupore per la profondità con cui le idee possono essere trasmesse attraverso la pittura, sottolinea l’impatto del suo approccio pedagogico.

Guardando al futuro, la traiettoria di Vereycken continua a essere segnata da una partecipazione attiva e dal desiderio di ampliare il proprio raggio d’azione. Dopo essere stato presentato in formato digitale ad ARTEXPO a New York e ad ARTSHOPPING al Carrousel du Louvre a Parigi, continua a essere attivo sulle piattaforme dell’arte contemporanea. Dopo la vittoria del “Premio Monna Lisa” e la successiva mostra alla Galerie Mona Lisa di Parigi, il suo obiettivo rimane quello di condividere la sua arte trasformativa. La prospettiva di una mostra in El Salvador per SUMARTE 2026 testimonia le sue aspirazioni internazionali e un impegno costante nel rendere la sua prospettiva unica accessibile a un pubblico globale. Il suo lavoro attuale, come l’opera concettualmente ricca “Stairway to Heaven”, dimostra la sua continua esplorazione nel coniugare diverse ispirazioni visive – in questo caso, i paesaggi delle Montagne Gialle cinesi con la tradizione paesaggistica fiamminga – per creare potenti metafore del viaggio umano.

L’arte di Karel Vereycken è una testimonianza del potere intramontabile della curiosità intellettuale, della maestria tecnica e di una profonda fiducia nella capacità dell’arte di illuminare lo spirito umano. Attraverso la creazione di metafore paradossali, ci invita a guardare oltre la superficie, a entrare in contatto con le correnti invisibili di significato che modellano la nostra esistenza. La sua opera è un promemoria essenziale del fatto che la vera maestria artistica non risiede solo in ciò che si vede, ma in ciò che si sente, si comprende e, infine, si svela.

Per entrare in contatto con Karel Vereycken ed esplorare il suo affascinante lavoro, visitate il suo sito web e i suoi canali social:

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Karel Vereycken: Die Gestaltung paradoxer Metaphern, um das Unsichtbare sichtbar zu machen

Posted on by Jonathan Hale

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In einer Welt, die oft vom Unmittelbaren und Offensichtlichen gesättigt ist, gibt es einen Künstler, der sich der Freilegung tieferer Wahrheiten verschrieben hat und dem Ungreifbaren eine sichtbare Form verleiht. Karel Vereycken, ein Grafiker, dessen Weg in der geschichtsträchtigen Stadt Antwerpen in Belgien begann und nun in Argenteuil, Frankreich, seine Blüte entfaltet, ist ein solcher Künstler. Sein Werk geht über die reine Darstellung hinaus und taucht durch sorgfältig ausgearbeitete paradoxe Metaphern in das komplexe Geflecht der menschlichen Erfahrung ein. Vereyckens Kunst will nicht nur betrachtet werden; sie ist eine Einladung zu einem tiefgründigen Dialog, einer Kontemplation über die unsichtbaren Kräfte, die unser Leben formen.

Geboren 1957 in Antwerpen, war Karel Vereyckens künstlerischer Weg kein geradliniger, sondern eine reiche, von Umständen und innerem Antrieb geprägte Entdeckungsreise. Seine Eltern, die die Herausforderungen eines von Hafen und Schiffsbau geprägten Umfelds meisterten, erkannten die Bedeutung kultureller Bereicherung für ihre Kinder. Während ein früher Ausflug in die Musik, der durch eine starre Lehrmethode jäh beendet wurde, ihn an eine städtische Zeichenschule führte, wurde hier der Samen für seine künstlerische Zukunft gesät. Unter der Anleitung von Herman Cornelis, einem Bildhauer mit einem praxisnahen, intuitiven Ansatz, lernte Vereycken die Kraft der Beobachtung und Nachbildung. Ein entscheidender Moment kam im Alter von zwölf Jahren, als er seinen ersten Kunstpreis gewann. Diese Anerkennung, gepaart mit der Überzeugung seines Lehrers von seinem „wertvollen Talent“, trieb ihn zu einer formelleren Ausbildung. Die Ermutigung seiner Mutter führte ihn an das Institut Saint-Luc in Brüssel, wo er sich in die Bildenden Künste vertiefte. Hier vermittelte ihm das rigorose Studium der Anatomie und der Werke von Meistern wie Leonardo da Vinci und Albrecht Dürer ein grundlegendes Verständnis von Form und Ausdruck. Sein Streben nach Meisterschaft festigte sich weiter an der Académie Royale des Beaux-Arts, wo er sein Diplom in Kupferstich „mit Auszeichnung“ erhielt.

Der anschließende Umzug nach Paris markierte eine Zeit vielfältigen Engagements. Vereycken arbeitete zunächst als Journalist und Redakteur für eine nicht-kommerzielle Publikation, doch der Ruf der Kunst blieb eindringlich. Er kehrte zu seinen künstlerischen Wurzeln zurück und erforschte zunächst alte Maltechniken, indem er die Werke alter Meister mit selbst hergestellter Eitempera und traditionellen Ölmethoden nachbildete. Diese Phase, obwohl bereichernd in ihrer technischen Entdeckung, erwies sich in Bezug auf Ausstellungen als schwierig, da die Werke neue Besitzer fanden, bevor er sie präsentieren konnte. Dies führte zu einem erneuerten Fokus auf Aquarelle und das akribische Handwerk der Radierung – Medien, die für seine Praxis zentral werden sollten.

Sein kontinuierliches Engagement, seine Fähigkeiten zu verfeinern, zeigt sich in seiner fortwährenden Einbindung in die Radierer-Szene in Frankreich. Als Mitglied der Fédération nationale de l’estampe verfeinerte Vereycken sein technisches Können im Atelier63 und perfektionierte sein Handwerk weiter in der Druckwerkstatt in Montreuil, die vom dänischen Grafiker Bo Halbirk gegründet wurde. Dieser Weg, von den lebhaften Straßen Antwerpens zu den künstlerischen Zentren Brüssel und Paris, unterstreicht ein lebenslanges Streben nach Exzellenz und eine tief verwurzelte Leidenschaft für die beständige Kraft des künstlerischen Schaffens.

„Sublimart“: Die Kunst der paradoxen Metapher

H2O.

Vereyckens künstlerisches Schaffen lässt sich am besten mit dem von ihm geprägten Begriff „Sublimart“ beschreiben – eine Verschmelzung von „sublim“ und „Art“ (Kunst). Dieser Neologismus fasst seinen einzigartigen Ansatz zusammen: figurative Kunst, die paradoxe Metaphern verwendet, um die Seele auf eine sublime Ebene zu heben. In seinem Werk geht es nicht um oberflächliche Schönheit oder direkte Erzählung, sondern um die Konstruktion visueller Paradoxa, die als Tore zu einem tieferen Verständnis dienen. „Das Unsichtbare sichtbar machen“, wie er es treffend formuliert, ist die treibende Kraft hinter seinen Schöpfungen. Er erreicht dies nicht durch konventionelle Symbolik oder einfache Darstellung, sondern indem er ungleiche Elemente so miteinander verwebt, dass die Wahrnehmung herausgefordert und die Kontemplation angeregt wird.

Die von ihm hauptsächlich verwendeten Materialien und Techniken – Radierung, Malerei, Öl und Aquarell – werden mit kundiger Hand eingesetzt. Die Radierung, mit ihrer inhärenten Präzision und den feinen Linien, die sie ermöglicht, eignet sich besonders für seine Erforschung vielschichtiger Bedeutungen. Der Prozess des Radierens erfordert Geduld und überlegtes Handeln und spiegelt so die durchdachte Konstruktion seiner konzeptuellen Metaphern wider. Seine Hingabe an klassische Techniken, kombiniert mit einer modernen Sensibilität, ermöglicht es ihm, seinen figurativen Werken eine tiefe emotionale und intellektuelle Resonanz zu verleihen. Jedes Stück ist ein sorgfältig inszenierter Dialog zwischen Form und Konzept, der den Betrachter auf eine persönliche Entdeckungsreise einlädt.

Die thematischen Grundlagen von Vereyckens Werk werden nicht bewusst verfolgt, sondern ergeben sich organisch aus seiner Auseinandersetzung mit der Welt und seinen künstlerischen Erkundungen. Er möchte „die Menschen schockieren, indem er ihnen zeigt, dass nichts ‚moderner‘ und ‚revolutionärer‘ ist als ‚klassische‘ Kunst“. Seine Definition von klassischer Kunst ist jedoch alles andere als starr oder akademisch. Für Vereycken stellt sie eine „Wissenschaft der Komposition dar, die auf nicht-zynischen, befreienden, ironischen und poetischen Metaphern beruht“. Diese Metaphern, so glaubt er, sind die fundamentalen Schlüssel zu allen Kunstformen, ob visuell oder musikalisch. Sein Ansatz wurzelt in dem Verständnis, dass Kunst ein tiefgründiges „Geschenk“ des Künstlers an den Betrachter ist, ein Akt der Liebe, der Verbindung und gemeinsame Erfahrung fördert.

Eine Vision der künstlerischen Aufklärung

Jardin d’Argenteuil, 2025.

Karel Vereyckens künstlerisches Streben ist von einer tiefen Sinnhaftigkeit durchdrungen, die über die Schaffung ästhetisch ansprechender Objekte hinausgeht. Er betrachtet seine Arbeit als eine Form der „Lehrtätigkeit“, einen „humanistischen intellektuellen Guerillakrieg“, der darauf abzielt, die Betrachter für neue Dimensionen der Wahrnehmung zu öffnen. Obwohl er die Bedeutung von Verkäufen für die Förderung seiner künstlerischen Bestrebungen anerkennt, liegt seine letztendliche Motivation nicht darin, sich dem Publikumsgeschmack anzubiedern, sondern eine tiefere Verbindung mit dem Betrachter zu ermöglichen. Er strebt danach, die Kunst zu einem „Fenster“ in Welten zu machen, von denen die Menschen intuitiv erkennen, dass sie bedeutsam sind, zu denen ihnen aber oft der Zugang verwehrt wurde.

Dieses Engagement für seine Vision zeigt sich beispielhaft in seinen Bemühungen, sein Wissen und seine Leidenschaft zu teilen. Er hat zahlreiche Führungen durch große Kunstinstitutionen wie den Louvre in Paris, die Museen von Antwerpen, Brüssel oder Frankfurt, die Brera in Mailand, die Gemäldegalerie in Berlin und das Metropolitan Museum in New York geleitet. Diese eindringlichen Erlebnisse wurden dokumentiert, und einige Audioaufnahmen sind auf seiner Website verfügbar, sodass ein breiteres Publikum von seinen Einsichten profitieren kann. Die herzliche Dankbarkeit, die er erfahren hat, wobei Menschen ihre Verwunderung darüber ausdrückten, wie tief Ideen durch Gemälde vermittelt werden können, unterstreicht die Wirkung seines pädagogischen Ansatzes.

Mit Blick auf die Zukunft ist Vereyckens Weg weiterhin von aktiver Teilnahme und dem Wunsch geprägt, seine Reichweite zu vergrößern. Nachdem er digital auf der ARTEXPO in New York und beim ARTSHOPPING im Carrousel du Louvre in Paris präsentiert wurde, bleibt er auf zeitgenössischen Kunstplattformen präsent. Nach dem Gewinn seines „Mona Lisa Prize“ und der anschließenden Ausstellung in der Galerie Mona Lisa in Paris konzentriert er sich weiterhin darauf, seine transformative Kunst zu teilen. Die Aussicht auf eine Ausstellung in El Salvador für SUMARTE 2026 signalisiert seine internationalen Ambitionen und sein fortwährendes Engagement, seine einzigartige Perspektive einem globalen Publikum zugänglich zu machen. Seine laufende Arbeit, wie das konzeptuell reiche „Stairway to Heaven“, zeigt seine kontinuierliche Erforschung der Verbindung vielfältiger visueller Inspirationen – in diesem Fall die Landschaften der chinesischen Gelben Berge mit flämischen Landschaftstraditionen –, um wirkungsvolle Metaphern für die menschliche Reise zu schaffen.

Karel Vereyckens Kunst ist ein Zeugnis für die unvergängliche Kraft intellektueller Neugier, technischer Meisterschaft und eines tiefen Glaubens an die Fähigkeit der Kunst, den menschlichen Geist zu erhellen. Durch die Schaffung paradoxer Metaphern lädt er uns ein, über die Oberfläche hinauszublicken und uns mit den unsichtbaren Strömungen der Bedeutung auseinanderzusetzen, die unsere Existenz prägen. Sein Werk ist eine eindringliche Erinnerung daran, dass wahre Kunstfertigkeit nicht nur in dem liegt, was gesehen, sondern in dem, was gefühlt, verstanden und letztlich offenbart wird.

Um mit Karel Vereycken in Kontakt zu treten und seine fesselnden Arbeiten zu entdecken, besuchen Sie bitte seine Website und seine Social-Media-Profile:

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Karel Vereycken : Élaborer des métaphores paradoxales pour révéler l’invisible

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Posted on by Jonathan Hale

Dans un monde souvent saturé par l’immédiat et l’évident, il est un artiste qui se consacre à mettre au jour des vérités plus profondes, à donner corps à l’immatériel pour le rendre visible. Cet artiste, c’est Karel Vereycken, un graveur dont le parcours a débuté dans la ville historique d’Anvers, en Belgique, pour s’épanouir aujourd’hui à Argenteuil, en France. Son œuvre transcende la simple représentation, explorant la trame complexe de l’expérience humaine à travers des métaphores paradoxales méticuleusement élaborées. L’art de Vereycken ne se contente pas d’être observé ; il est une invitation à un dialogue profond, une contemplation des forces invisibles qui façonnent nos vies.

Né à Anvers en 1957, Karel Vereycken n’a pas suivi un parcours artistique linéaire, mais plutôt une riche exploration façonnée à la fois par les circonstances et par une profonde motivation personnelle. Issus du milieu de l’industrie portuaire et de la réparation navale, ses parents, conscients des défis de leur environnement, ont su reconnaître l’importance de l’enrichissement culturel pour leurs enfants. Une première incursion dans la musique, écourtée par une pédagogie trop rigide, le conduit vers une école de dessin municipale où les graines de son avenir artistique seront semées. Sous la tutelle d’Herman Cornelis, un sculpteur à l’approche pratique et intuitive, Vereycken apprend le pouvoir de l’observation et de la reproduction. Un moment charnière survient à l’âge de douze ans, lorsqu’il remporte son premier prix d’art. Cette reconnaissance, alliée à la conviction de son professeur qui voit en lui un « talent précieux », le pousse vers une formation plus académique. Encouragé par sa mère, il intègre l’Institut Saint-Luc à Bruxelles pour s’immerger dans les Arts Plastiques. L’étude rigoureuse de l’anatomie et des œuvres de maîtres tels que Léonard de Vinci et Albrecht Dürer lui offre une compréhension fondamentale de la forme et de l’expression. Son engagement envers la maîtrise technique se consolide à l’Académie Royale des Beaux-Arts, où il obtient un certificat de passage en gravure sur cuivre « avec distinction ».

Son installation à Paris marque le début d’une période d’engagements variés. Vereycken se tourne d’abord vers le journalisme et l’édition pour une publication non commerciale, mais l’appel de l’art demeure insistant. Il renoue avec ses racines artistiques, explorant d’abord les techniques de peinture anciennes et recréant les œuvres de maîtres anciens à l’aide de tempera à l’œuf faite main et de méthodes traditionnelles à l’huile. Si cette période s’avère enrichissante sur le plan technique, elle pose des défis en matière d’exposition, ses œuvres trouvant preneur avant même qu’il ne puisse les présenter. Cela le conduit à se recentrer sur l’aquarelle et l’art méticuleux de la gravure, des médiums qui deviendront centraux dans sa pratique.

Son engagement continu à perfectionner son art est manifeste dans son implication au sein de la communauté de la gravure en France. Membre de la Fédération nationale de l’estampe, Vereycken a affiné ses prouesses techniques à l’Atelier63 et a poursuivi son perfectionnement à l’atelier d’impression de Montreuil, fondé par le graveur danois Bo Halbirk. Ce voyage, des rues animées d’Anvers aux pôles artistiques de Bruxelles et de Paris, témoigne d’une quête d’excellence de toute une vie et d’une passion profonde pour le pouvoir pérenne de la création artistique.

« Sublimart » : L’art de la métaphore paradoxale

H2O.

La production artistique de Vereycken se définit le mieux par le terme qu’il a lui-même forgé, « sublimart » — une fusion de « sublime » et d’« art ». Ce néologisme résume son approche singulière : un art figuratif qui emploie des métaphores paradoxales pour élever l’âme à un niveau sublime. Son travail ne vise pas la beauté superficielle ou le récit direct, mais la construction de paradoxes visuels qui ouvrent des portes vers une compréhension plus profonde. « Rendre visible l’invisible », comme il le formule de manière concise, est la force motrice de ses créations. Il y parvient non pas par un symbolisme conventionnel ou une représentation littérale, mais en entrelaçant des éléments disparates d’une manière qui défie la perception et suscite la contemplation.

Les matériaux et techniques qu’il privilégie – la gravure, la peinture, l’huile et l’aquarelle – sont employés avec un grand discernement. La gravure, avec sa précision inhérente et la finesse des lignes qu’elle autorise, est particulièrement adaptée à son exploration des sens superposés. Le processus de gravure exige de la patience et une action délibérée, reflétant la construction réfléchie de ses métaphores conceptuelles. Son attachement aux techniques classiques, combiné à une sensibilité moderne, lui permet d’imprégner ses œuvres figuratives d’une profonde résonance émotionnelle et intellectuelle. Chaque pièce est un dialogue soigneusement orchestré entre la forme et le concept, invitant le spectateur à entreprendre son propre voyage de découverte.

Les fondements thématiques de l’œuvre de Vereycken ne sont pas consciemment recherchés ; ils émergent plutôt de manière organique de son rapport au monde et de ses explorations artistiques. Il cherche à « provoquer les gens en leur montrant que rien n’est plus “moderne” et “révolutionnaire” que l’art “classique” ». Cependant, sa définition de l’art classique est loin d’être rigide ou académique. Pour Vereycken, il s’agit d’une « science de la composition basée sur des métaphores non cyniques, libératrices, ironiques et poétiques ». Ces métaphores, selon lui, sont les clés fondamentales de toutes les formes d’art, qu’elles soient visuelles ou musicales. Son approche est ancrée dans la conviction que l’art est un « don » profond de l’artiste au spectateur, un acte d’amour qui favorise la connexion et l’expérience partagée.

Une vision de l’illumination artistique

Les démarches artistiques de Karel Vereycken sont habitées par une finalité profonde, qui va au-delà de la création d’objets esthétiquement plaisants. Il conçoit son travail comme une forme d’« activité pédagogique », une « guérilla intellectuelle humaniste » visant à éveiller les spectateurs à de nouvelles dimensions de la perception. S’il reconnaît l’importance des ventes pour poursuivre ses projets artistiques, sa motivation ultime ne réside pas dans la satisfaction du goût populaire, mais dans la facilitation d’une connexion plus profonde avec le spectateur. Il s’efforce de faire de l’art une « fenêtre » sur des royaumes que les gens reconnaissent intuitivement comme importants, mais auxquels on leur a souvent refusé l’accès.

Son engagement envers cette vision est illustré par ses efforts pour partager ses connaissances et sa passion. Il a mené de nombreuses visites guidées de grandes institutions artistiques comme le Louvre à Paris, les musées d’Anvers, de Bruxelles ou de Francfort, la Brera à Milan, la Gemäldegalerie à Berlin et le Metropolitan Museum à New York. Ces expériences immersives ont été documentées, et certains enregistrements audio sont disponibles sur son site web, permettant à un public plus large de bénéficier de ses analyses. La gratitude sincère qu’il a reçue, de la part de personnes exprimant leur étonnement quant à la profondeur des idées pouvant être transmises par la peinture, souligne l’impact de son approche pédagogique.

Pour l’avenir, la trajectoire de Vereycken continue d’être marquée par une participation active et un désir d’élargir son audience. Après avoir été présenté numériquement à l’ARTEXPO de New York et à ARTSHOPPING au Carrousel du Louvre à Paris, il reste engagé sur les plateformes d’art contemporain. Suite à sa victoire au « Mona Lisa Prize » et à l’exposition qui a suivi à la Galerie Mona Lisa à Paris, son objectif demeure le partage de son art transformateur. La perspective d’une exposition au Salvador pour SUMARTE 2026 témoigne de ses aspirations internationales et de son engagement continu à rendre sa perspective unique accessible à un public mondial. Ses travaux en cours, tels que le conceptuellement riche « Stairway to Heaven », démontrent son exploration continue du mariage entre diverses inspirations visuelles — en l’occurrence, les paysages des Montagnes Jaunes de Chine et les traditions paysagères flamandes — pour forger de puissantes métaphores du parcours humain.

L’art de Karel Vereycken est un témoignage de la puissance durable de la curiosité intellectuelle, de la maîtrise technique et d’une foi profonde en la capacité de l’art à illuminer l’esprit humain. À travers la création de ses métaphores paradoxales, il nous invite à regarder au-delà des apparences, à nous connecter aux courants de sens invisibles qui façonnent notre existence. Son œuvre est un rappel essentiel que le véritable art ne réside pas seulement dans ce qui est vu, mais dans ce qui est ressenti, compris et, finalement, révélé.

Pour suivre Karel Vereycken et découvrir son œuvre captivante, visitez son site web et ses réseaux sociaux :

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Karel Vereycken: Forjando metáforas paradójicas para desvelar lo invisible

Posted on FinaArtsNews.com

June 4, 2026 by Jonathan Hale

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En un mundo a menudo saturado por lo inmediato y lo evidente, existe un artista dedicado a desenterrar verdades más profundas, a atraer lo intangible al reino de lo visible. Karel Vereycken, un grabador cuya trayectoria comenzó en la histórica ciudad de Amberes (Bélgica) y que ahora florece en Argenteuil (Francia), es uno de esos artistas. Su obra trasciende la mera representación para adentrarse en el complejo tapiz de la experiencia humana a través de metáforas paradójicas meticulosamente elaboradas. El arte de Vereycken no está hecho simplemente para ser observado; es una invitación a un diálogo profundo, a una contemplación de las fuerzas invisibles que moldean nuestras vidas.

Nacido en Amberes en 1957, la trayectoria artística de Karel Vereycken no fue una línea recta, sino una rica exploración moldeada tanto por las circunstancias como por un impulso innato. Sus padres, que se desenvolvían en el difícil entorno de la industria portuaria y de reparación de buques, reconocieron la importancia del enriquecimiento cultural para sus hijos. Aunque una incursión temprana en la música, truncada por un rígido método de enseñanza, lo llevó a una escuela de dibujo municipal, fue allí donde se sembraron las semillas de su futuro artístico. Bajo la tutela de Herman Cornelis, un escultor con un enfoque práctico e intuitivo, Vereycken aprendió el poder de la observación y la réplica. Un momento decisivo llegó a los doce años, cuando ganó su primer premio de arte. Este reconocimiento, unido a la convicción de su maestro de que poseía un «talento excepcional», lo impulsó hacia una formación más académica. Animado por su madre, ingresó en el Institut Saint-Luc de Bruselas, donde se sumergió en las Artes Plásticas. Allí, el riguroso estudio de la anatomía y de las obras de maestros como Leonardo da Vinci y Alberto Durero le proporcionó una comprensión fundamental de la forma y la expresión. Su dedicación a la maestría se consolidó aún más en la Académie Royale des Beaux-Arts, donde obtuvo el certificado de grabado en cobre «con distinción».

Su posterior traslado a París marcó un periodo de actividades diversas. Al principio, Vereycken se dedicó al periodismo y la edición para una publicación no comercial, pero la llamada del arte seguía siendo insistente. Regresó a sus raíces artísticas, explorando inicialmente técnicas pictóricas antiguas y recreando las obras de los grandes maestros con temple al huevo de elaboración propia y métodos tradicionales al óleo. Este periodo, aunque enriquecedor por sus descubrimientos técnicos, resultó un reto a la hora de exponer, ya que las obras encontraban nuevos dueños antes de que pudiera presentarlas. Esto le llevó a centrarse de nuevo en la acuarela y en el meticuloso oficio del aguafuerte, medios que se convertirían en el eje de su práctica.

Su compromiso constante por perfeccionar su técnica es evidente en su continua vinculación con la comunidad del grabado en Francia. Como miembro de la Fédération nationale de l’estampe, Vereycken refinó su destreza técnica en el Atelier63 y perfeccionó aún más su oficio en el taller de impresión de Montreuil, fundado por el grabador danés Bo Halbirk. Esta trayectoria, desde las vibrantes calles de Amberes hasta los centros artísticos de Bruselas y París, subraya una búsqueda de la excelencia que ha durado toda una vida y una pasión profundamente arraigada por el poder imperecedero de la creación artística.

«Sublimart»: el arte de la metáfora paradójica

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La producción artística de Vereycken se describe a la perfección con el término que él mismo acuñó, «sublimart», una fusión de «sublime» y «arte». Este neologismo resume su enfoque único: un arte figurativo que emplea metáforas paradójicas para elevar el alma a un nivel sublime. Su obra no trata de la belleza superficial ni de la narrativa directa, sino de construir paradojas visuales que actúan como portales hacia una comprensión más profunda. «Hacer visible lo invisible», como él mismo resume, es el motor de sus creaciones. Lo consigue no a través de un simbolismo convencional o una representación directa, sino entrelazando elementos dispares de una manera que desafía la percepción y suscita la contemplación.

Los materiales y técnicas que utiliza principalmente —el aguafuerte, la pintura, el óleo y la acuarela— son empleados con mano experta. El aguafuerte, con su precisión inherente y las intrincadas líneas que permite, resulta especialmente adecuado para su exploración de significados estratificados. El proceso del grabado exige paciencia y una acción deliberada, reflejando la meditada construcción de sus metáforas conceptuales. Su dedicación a las técnicas clásicas, combinada con una sensibilidad moderna, le permite imbuir sus obras figurativas de una profunda resonancia emocional e intelectual. Cada pieza es un diálogo cuidadosamente orquestado entre forma y concepto, que invita al espectador a embarcarse en un viaje personal de descubrimiento.

Los fundamentos temáticos de la obra de Vereycken no son algo que busque conscientemente, sino que surgen de forma orgánica de su interacción con el mundo y de sus exploraciones artísticas. Su objetivo es «sorprender a la gente demostrándoles que no hay nada más “moderno” y “revolucionario” que el arte “clásico”». Sin embargo, su definición de arte clásico dista mucho de ser rígida o académica. Para Vereycken, representa una «ciencia de la composición basada en metáforas no cínicas, liberadoras, irónicas y poéticas». Estas metáforas, en su opinión, son las claves fundamentales de todas las formas de arte, ya sean visuales o musicales. Su enfoque se basa en la idea de que el arte es un profundo «regalo» del artista al espectador, un acto de amor que fomenta la conexión y la experiencia compartida.

Una visión de iluminación artística

Jardin d’Argenteuil, 2026.

Los proyectos artísticos de Karel Vereycken están impregnados de un profundo sentido de propósito, que va más allá de la creación de objetos estéticamente agradables. Considera su trabajo como una forma de «actividad docente», una «guerrilla intelectual humanista» destinada a despertar en los espectadores nuevas dimensiones de la percepción. Aunque reconoce la importancia de las ventas para impulsar su labor artística, su motivación última no reside en complacer el gusto popular, sino en facilitar una conexión más profunda con el espectador. Se esfuerza por hacer del arte una «ventana» a mundos que la gente reconoce intuitivamente como significativos, pero a los que a menudo se le ha negado el acceso.

Su compromiso con esta visión queda patente en sus esfuerzos por compartir sus conocimientos y su pasión. Ha dirigido numerosas visitas guiadas en importantes instituciones artísticas como el Louvre de París, los museos de Amberes, Bruselas o Fráncfort, la Pinacoteca de Brera en Milán, la Gemäldegalerie de Berlín y el Metropolitan Museum de Nueva York. Estas experiencias inmersivas han sido documentadas y algunas grabaciones de audio están disponibles en su página web, lo que permite que un público más amplio se beneficie de sus reflexiones. La sincera gratitud que ha recibido, con personas que expresan su asombro por la profundidad con la que las ideas pueden transmitirse a través de la pintura, subraya el impacto de su enfoque pedagógico.

De cara al futuro, la trayectoria de Vereycken sigue marcada por una participación activa y el deseo de ampliar su alcance. Tras haber sido presentado digitalmente en la ARTEXPO de Nueva York y en ARTSHOPPING en el Carrousel du Louvre de París, sigue implicado en las plataformas de arte contemporáneo. Después de ganar el «Mona Lisa Prize» y su posterior exposición en la Galerie Mona Lisa de París, su objetivo sigue siendo compartir su arte transformador. La perspectiva de una exposición en El Salvador para SUMARTE 2026 es una muestra de sus aspiraciones internacionales y de su compromiso continuo por hacer accesible su singular perspectiva a un público global. Su trabajo actual, como la conceptualmente rica «Stairway to Heaven» (Escalera al cielo), demuestra su continua exploración de cómo fusionar diversas inspiraciones visuales —en este caso, los paisajes de las Montañas Amarillas de China con las tradiciones paisajísticas flamencas— para crear potentes metáforas sobre el viaje humano.

El arte de Karel Vereycken es un testimonio del poder imperecedero de la curiosidad intelectual, la maestría técnica y una profunda fe en la capacidad del arte para iluminar el espíritu humano. A través de la creación de metáforas paradójicas, nos invita a mirar más allá de la superficie, a conectar con las corrientes invisibles de significado que dan forma a nuestra existencia. Su obra es un recordatorio fundamental de que la verdadera maestría artística no reside solo en lo que se ve, sino en lo que se siente, se comprende y, en última instancia, se desvela.

Para conectar con Karel Vereycken y explorar su cautivadora obra, visite su página web y sus redes sociales:

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Karel Vereycken’s work at Budapest Art Show

The Franco-Belgian painter engraver Karel Vereycken was informed today by the International Art Gallery Teravarna that his engraving (Garden of Argenteuil, image below),

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Karel Vereycken’s mastery of classical techniques

‘The Flemish painter and etcher Karel Vereycken lives and works in France. On May 1, he exhibited his latest etchings. One particularly large one depicted the interior of a monastery with a monk. This exceptional work—of which he produced four versions—illustrates his special interest in the classical masters.’

The etching measures 35 x 50 cm and costs 500 euros. A “state” is a version that is lost if further adjustments are made to the etching plate by the artist or the printer. Rembrandt is known to have sometimes produced dozens of states. Each state is therefore a limited edition, sometimes consisting of only a few copies.

Ideas and Emotions

Karel Vereycken was born in 1957 in Antwerp and grew up in a family with ties to the Port of Antwerp and the shipbuilding industry. Vereycken is primarily active as a painter and engraver, but also writes as an art historian. He studied fine arts at the Institut Saint-Luc in Brussels and subsequently studied engraving at the Académie Royale des Beaux-Arts in Brussels, where he graduated with honors.

For decades, Vereycken has focused on watercolor and printmaking, particularly etchings on zinc and copper, often using techniques such as aquatint, sugar lift, and mousse lift. His work combines classical technical mastery with a strong emphasis on symbolism, allegory, and metaphor, through which he seeks to make ideas and emotions “visible” that are not immediately present in the visible world. Vereycken is working on a book about Quinten Matsys and Da Vinci. It is scheduled to be published at the end of this year.

I spoke with Vereycken about this masterful etching. “When I was recently in Milan to receive an art award, I visited the Pinacoteca Ambrosiana. There are beautiful paintings there, and the library is a leading repository for Da Vinci’s codices. But I also knew there was a crypt. I was deeply impressed by this almost Paleo-Christian monument. I discovered that dreadful cage reminiscent of Piranesi’s depictions of torture and prisons. In the center of that cage stands a painted plaster statue of the praying Charles Borromeo (well-known in Antwerp), bishop of Milan who was made a cardinal in 1560. Borromeo went to pray in that cage every week before a tombstone that is a replica of Christ’s in Jerusalem. What impressed me is how that man (whom I do not hold dear in my heart), as a clergyman, praying in a sort of double prison (cage + crypt), apparently felt spiritually completely free in God. A divine paradox,” Vereycken said.

“So that was my starting point. Hence the Cusian title ‘Coincidence of Opposites.’ I raised the vaults and made them more monumental. I also used varnish to imprint plant motifs, to enhance a spatial effect that is both open and yet enclosed. A bit of sleight of hand, but the magic was definitely there!”

The article was translated by Karel Vereycken from Dutch into English.

Here is a link to the original Flemish version:
https://pal.be/2026/05/de-klassieke-technische-beheersing-van-karel-vereycken/

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De klassieke technische beheersing van Karel Vereycken

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Argenteuil, le parc des Impressionistes

Karel Vereycken, le Parc des Impressionistes à Argenteuil, aquarelle, couleurs Sennelier sur papier Arches, 2026.
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Karel Vereycken awarded by FineArtsNews

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Karel Vereycken wins Honorable Mention in Realism contest

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The Cenacle of Meaux and Christian Humanism in the Renaissance

From left to right, three major figures of Christian Humanism in France: Marguerite de Navarre, Abbé Guillaume Briçonnet and Jacques Lefèvre d’Etaples.

This quote is similar in many ways to what many Christians feel today in the face of the abuse of « religion » to justify rapacious and bloody wars presented as « just wars, » especially by prominent members of the Trump Administration, notably its Secretary of War, Pete Hegseth.

History tragically repeats itself, for this quote is not new. It comes from a letter sent to the Pope in 1933 by Edith Stein, a philosopher of Jewish origin who became a Carmelite nun, when German Catholics, a minority in this Protestant country, signed a Concordat with Hitler. The common enemy to be fought was now Bolshevism. In exchange for their silence in the face of Nazi barbarity, Hitler offered them his gracious protection.

In France, at the same time, big business, Europeanists before their time, were proclaiming: « Better Hitler than the Popular Front! »

Our good fortune today is to have a pope who raises his voice for peace and justice for all. And one can hope that his voice can give everyone the courage to stop the mad march towards war.

On Palm Sunday, Leo XIV forcefully reiterated that no one can justify war in the name of the Lord:

In addition to the thirst for power, there is also the thirst for money, which was denounced during his trip to the Principality of Monaco.

During his first year as Pope, he repeatedly called for a reconciliation that was « disarmed and disarming. » To the « warlords » who make their power « a mute, blind, and deaf idol, » he contrasted listening to a « melody greater than ourselves » —a harmony to which we can dance when the world seems to forget even « the light. »

The arrival of Pope Leo XIV in France

In a statement published on May 6, the president of the Conference of Bishops of France confirmed what many had been hoping for for a year: although it remains to be confirmed, Leo XIV could come to France at the end of September 2026, stopping in Paris and Lourdes.

This is an opportunity for us to evoke one of the most luminous upsurges of our country, which reached its peak in 1521, with the creation of the Cenacle of Meaux by the philosopher-theologian Jacques Lefèvre d’Etaples (1450-1537) , at the request of his student Bishop Guillaume Briçonnet (1472-1534) .

It was not a philosophical or prayer circle. Its primary purpose was to read, study, translate, and print the Gospel in French and to train clergymen in preaching. The approach was so simple, honest, and innovative that it deeply disturbed the established political and religious powers. The Cenacle was closed after only four years, its leaders were persecuted, and forced into exile. It was only thanks to the protection of Marguerite of Navarre (1492–1549) (also known as Marguerite of Angoulême or Marguerite of Valois-Angoulême), sister of king Francis I, who embraced this movement, that its leading figures were able to escape the flames of the stake.

Renaissance Evangelicalism

For Guillaume d’Alonge, Jacques Lefèvre d’Etaples is

What some call « Renaissance evangelicalism » (not to be confused with American messianic evangelicalism, a current that animates today’s warmongers) corresponds to a movement of ideas characterized by the valorization of biblical exegesis.

Unlike evangelicalism in the most common sense of the term, it does not necessarily relate to the Protestant Reformation. On the contrary, many humanists who did not wish to break with the papacy but nevertheless declared themselves hostile to ecclesiastical abuses, such as Erasmus of Rotterdam and François Rabelais, were driven by a desire for reform without schism.

While Catholics sought to eradicate them by ignoring them, Protestants have always claimed that they were one of their own.

Like Erasmus, Jacques Lefèvre d’Étaples was certainly a reformer, but he never considered breaking with the Roman Catholic Church, as demanded by Luther, Calvin, and other figures of the Protestant Reformation. The Christian humanists of the Renaissance believed, perhaps naively, that by appealing to reason, the Roman Curia would eventually yield to their demands and agree to eradicate the corruption and abuses that severely plagued the institution.

Humanism

It was in Italy, with Petrarch (1304-1374) , that humanism was born. The poet began by collecting inscriptions on the old stones of Rome and continued his quest for the Ancients in manuscripts.

With his friend Boccaccio , he brought Byzantine scholars to Italy to revive the study of Greek and Latin. While the term humanist then referred to someone who, through the study of Greek and Latin , « cultivated the humanities » ( studia humanitatis ), Renaissance humanist thinkers did not renounce their Christian faith but rather sought to reconcile the two.

A very clear break with scholastic pessimism then took place. Conceiving of himself as « created in the living image of the Creator, » the Renaissance man, uomo universale, endowed with reason and free will, no longer blamed the devil. It was he who had to strive to overcome his evil inclinations. And if he fully developed his creative potential, it was above all to please the Creator by placing his life at the service of the public good rather than his personal glory.

In Northern Europe, the movement of the Brethren and Sisters of the Common Life and that of the Beguines stemmed from the conviction that the contemplative life and the active life should complement each other and not oppose each other. Each person should live « in imitation of Christ. » It was in Deventer, among the Brethren of the Common Life , that Erasmus, inspired by teachers like Rudolph Agricola , discovered Christian humanism and the « good literature . « 

Greek and the Greeks

A Greek scholar teaching in Florence at the beginning of the 15th century.

While the study of Greek penetrated Italy and the Netherlands from the beginning of the 15th century, in France, young elites jostled to attend, from 1476 onwards, the courses of a Greek exile, Georges Hermonyme of Sparta, a poor pedagogue, rapacious and with little mastery of his own language.

But, as Jacqueline de Romilly points out:

Two other Greeks played a major role in the revival of Hellenic studies.

Constantin Lascaris.

And first of all , Constantin Lascaris (1434-1501). A student of Jean Argyropoulos between 1444 and 1553, he arrived in the West around 1460, after being taken prisoner during the Turkish occupation of Constantinople in 1453.

After a few short stays between the Greek islands, he became tutor to Francesco Sforza’s daughter in Milan, where he began writing his grammar, the Erotemata .

John Bessarion.

An essential tool for learning Greek, the work was first printed in Milan, then published twice by Aldus Manutius in Venice.

Constantin Lascaris then went to Rome where he met the greatest protector of Greek scholars in the West and of Byzantine humanism within the clergy, Cardinal Jean Bessarion (1403-1472), Latin Patriarch of Constantinople from 1463.

Bessarion was a friend of Cardinal Nicholas of Cusa (1401-1464), with whom he collaborated in particular during the Ecumenical Council of Ferrara/Florence, convened to end the schism between the Eastern and Western Churches.

Jean Lascaris

Jean Lascaris.

The other Greek scholar (unrelated to the first) is Jean (Janus) Lascaris (1445-1535) , also a protégé of Cardinal Jean Bessarion who entrusted him with numerous missions, notably bringing back precious manuscripts from Mount Athos in 1492.

Although born in Asia Minor and frequenting the great figures of Italy, Lascaris entered the service of France as Louis XII ‘s ambassador to Venice between 1503 and 1508. There he joined the academy of the printer Alde Manutius (1449-1515) where scholars from the East and West met to discuss and edit the classics.

When Erasmus went to Venice to the printer Alde Manutius to publish his Adages, a masterful work aimed at popularizing all ancient wisdom, Lascaris not only offered to welcome him into his home, but also contributed to the work himself.

Erasmus, writes the Belgian historian Yvonne Charlier, feverishly composed his Adages there.

He also worked with Lascaris, the young French student Germain de Brie.

A few years later, when Erasmus and Thomas More published Utopia in 1516, a fictional account of a people (the Utopians) who attempt to create an ideal society based on the principles defined by Plato in his Republic, they argue that they must be of Greek origin, since Lascaris « was their only grammarian ».

It was in Venice that Jean Lascaris and Erasmus together conceived the idea of ​​a College of Languages. Being able to compare the translations of the Gospel into Hebrew and Greek was the essential condition for achieving a proper understanding of its content.

Lascaris ended his life in Rome with Pope Leo X , who in 1514 commissioned him to found the « Greek College of the Quirinal. » Erasmus, against all odds, and especially against the theologians of the Brabant university town of Leuven, opened the Trilingual College there in 1517.

Lascaris also took care of the Royal Library, which was established in Blois in 1501 by Louis XII, then moved to Fontainebleau with Guillaume Budé under Francis I.

The ancestor of the Collège de France, the Collège des lecteurs royaux founded in 1530 by François I.

Subsequently, at Budé’s insistence, François I created in 1530, under royal patronage, the « Collège des Lecteurs royaux, » allowing the study of Greek and all subjects rejected by the Sorbonne.

Lascaris’s close relationship with Lefèvre d’Étaples may have led to the writing that the work of the great French scholars, Budé, Scaliger, Casaubon, Lambin, Cujas, Estienne, appeared

Hidden from Europeans for centuries, this immense heritage – one could say a vast civilization that was being rediscovered – thus made its way to the kingdom of France thanks to men such as Lascaris, whose disciples like Lefèvre took over.

Jacques Lefèvre d’Etaples

Jacques Lefèvre d’Etaples.

Philosopher, mathematician, musicologist and theologian, Jacques Lefèvre was born around 1450 in Étaples, Picardy, and died in 1536 in Nérac (Lot-et-Garonne). He Latinized his name to Jacobus Faber Stupulensis, hence the nickname « Fabritists » given to those who adhere to his doctrine.

He studied in Paris, where he earned a bachelor’s degree and a master’s degree in arts. He then entered the clergy and became a priest, though it is unknown whether he actually served in this capacity. Gentle and timid by nature, of delicate constitution, and possessing a selflessness that led him to bequeath his inheritance to his brothers and nephews in order to devote himself more freely to his studies, Jacques Lefèvre primarily studied literature and philosophy.

After completing his studies and teaching literature for a time, he developed a taste for travel. He explored parts of Europe, and it is even said that his desire to broaden his knowledge led him to Asia and Africa. Drawn by the winds of renewal that the Renaissance was sweeping across Europe, Lefèvre traveled to Italy at least twice, spending extended periods in Pavia, Padua, Venice, Rome, and Florence.

With his translation of Plato and Aristotle, Leonardo Bruni (1370-1444) provided Italy, and with it the scholarly world, with a philosophical framework. Italian humanism sided with Plato.

In 1492, Lefèvre met and discussed with Florentine Platonists and Neo-Platonists, grouped around Marsilio Ficino, his student Giovanni Pico della Mirandola, Poliziano and Ermolao Barbaro.

Starting with Hermes Trismegistus, Plotinus, Iamblichus, and Cicero, this school of thought emphasized the supposed complementarity between Plato and Aristotle rather than their opposition, hoping to reconcile the doctrines of the two philosophers. Positioning himself above both camps, Giovanni Pico della Mirandola was preparing a major work, which death prevented him from completing: the Concordia Platonis et Aristoteles , which aimed to reduce all philosophies and religions to a single wisdom, naturally under the tutelage of the Vatican. Florentine Neoplatonism then exerted a significant influence on an entire generation of prelates and clergymen.

Later, in 1509, under the warrior Pope Julius II, his Neoplatonists advisors dictated to Raphael the content of the frescoes in the Stanza della Segnatura, where Pico della Mirandola features prominently. In his treatise The Ciceronians, Erasmus denounced these Neoplatonists who, instead of Christianizing Plato, used ancient philosophy to reduce Christianity to pagan barbarity.

Returning to Paris in 1495, Lefèvre became a professor at the Cardinal Lemoine college where he taught, until 1507, according to the fashion of the time, philosophy, geometry, arithmetic, grammar, geography, cosmography and music.

His first works were commentaries on Aristotle, a Greek philosopher who was often quoted but rarely read. Somewhat surprisingly, it was only after his encounter with the Florentine Neoplatonists that he decided to publish Aristotle’s writings, in the versions of the Quattrocento humanists, accompanied by commentaries aimed at restoring the philosopher’s sound understanding . Ambitious, Lefèvre conceived his Aristotelian corpus as a reaction against scholastic teaching, against which he had no words harsh enough in his prefaces.

Using the partial or incomplete translations provided by Boethius and Bessarion, he attempts to rid them of what François Rabelais called « the so filthy glosses. » At the time, he still hoped to reconcile Aristotle’s thought with the message of the Gospel.

But Lefèvre did not forget Plato . In 1499, he published the works of Pseudo-Dionysius the Areopagite, a 6th-century Neoplatonist thinker who was mistakenly considered one of Christ’s disciples. He then turned his attention to John of Damascus, Nicholas of Cusa, and the Spanish mystic Raymond Lull : authors who nourished the spiritual reflection of French Christians throughout the century. Lefèvre, the mathematician, found himself aligned with the approach of Nicholas of Cusa, for whom, as for Pythagoras, mathematics was simply the science of divine proportions.

Paradoxically, it was after reading Pseudo-Dionysius that he rejected what he had once adored, and his subsequent commentaries reveal a profound distrust of Platonism. In 1506, following his Politics, he published a summary of the Republic and the Laws , entitled Hecatonomies , the margins of which are frequently annotated with « stultitia » (foolishness) or « semistultitia » (half-foolishness). In this treatise, he grouped together the Platonic principles he approved of and those he condemned.

Briçonnet

Guillaume Briçonnet, Bishop of Saint-Malo.

At one point, Jacques Lefèvre d’Etaples got the attention of the powerful Briçonnet family.

It was a true dynasty of diplomats, builders and great servants of the Kingdom.

Guillaume Briçonnet (1445-1514) was a French royal officer and later a clergyman, known as the Cardinal of Saint-Malo. Initially a financier, he served as the general of finances for Languedoc under Louis XI.

After his wife’s death, he entered the clergy. Recommended by Louis XI to his successor, he was appointed Secretary of the Treasury. He served as Minister of State under Charles VIII and was created a cardinal by the Pope in 1495. On May 27, 1498, he crowned Louis XII in Reims.

Guillaume Briçonnet, bishop of Lodève, Saint-Germain-des-Prés and Meaux.

Guillaume Briçonnet (the elder) had a son of the same name, born in 1470. In 1489, while a student in Paris at the Collège de Navarre (he was only 19 years old at the time), Guillaume Briçonnet (the younger) was appointed Bishop of Lodève in Southern France. He also became Abbot of Saint-Guilhem-le-Désert in 1493, a monastry built by one of the lieutenants of Charlemagne. .

He continued to reside in Paris for a time to complete his education, under the tutelage of flemish theologian Josse Clichtove, through whom he met Lefèvre d’Étaples and his circle. In 1495, succeeding his uncle Robert, Archbishop of Reims, Guillaume Briçonnet became one of the two presidents of the Chamber of Accounts in Paris, a position he held until 1507. Having been made a canon of the Church of Paris in 1503, he had a magnificent residence built for himself in the cloister of Notre-Dame.

Appointed abbot of Saint-Germain-des-Prés in 1507, he summoned Lefebvre to his side to promote a reform of the monks’ morals. For Lefebvre, this was a moment of truth. What becomes strikingly clear is that he never practiced philosophy to distance himself from religion; on the contrary, his quest for truth was merely a step in his journey toward God. Prudent in examining the doctrines of others, he avoided taking sides while pursuing his own reflections. Far more than from Aristotle or Plato, it was from the Gospels that Lefebvre drew his inspiration. For him, the study of Holy Scripture was to be the culmination of his work, its natural endpoint.

Lefèvre wanted to draw closer to the light he saw in the distance. It could be said that he was going through a « mystical crisis. » The list of « mystical » authors whose works Lefèvre published is long. From the one he considered the most ancient of all, Dionysius the Areopagite, it extends to the most recent, Nicholas of Cusa, passing through Heraclitus, Hermes Trismegistus, John Damascene, Raymond Lull, Richard of Saint Victor, and Ruysbroeck the Admirable .

In 1509, Lefèvre published a Psalter in five languages. The choice to focus first on the Psalter was primarily pastoral in nature: he wanted to offer monks an effective tool to fully understand the content of their prayers, but also to emphasize the centrality of the direct relationship between the faithful and God.

In 1511, while passing through Paris, Erasmus met Lefèvre. Although they may have criticized each other, they deeply respected one another and shared a common commitment throughout their lives.

Lefèvre continued his offensive by publishing the Epistles of Paul (1512), which we know constituted one of the battlegrounds for the Reformation in general and for Luther in particular (« faith and works » or « faith alone » as the path to salvation).

One important point clearly aligns Lefèvre with Erasmus and distinctly separates him from Luther: his interpretation of free will. For the Picard theologian, despite the state of misery and powerlessness into which original sin has plunged humanity, we retain the capacity, however diminished, to receive the gift of grace, to open ourselves to salvation, to reject evil, and to choose good. From this stems a more optimistic and serene vision of the salvation process, truly open and accessible to all, in contrast to the somber and anguished interpretation of salvation that the Reformers reserved for a select few.

Lefèvre, publisher of Nicholas of Cusa

Page of the complete works of Nicholas of Cusa
in the 1514 edition by Jacques Lefèvre d’Etaples at Josse Bade in Paris.
Nicholas of Cusa.

Lefèvre shared his « mystical » passion with the Briçonnet family, and later with Marguerite de Navarre.

And when, in 1514, Lefèvre had the complete works of Nicholas of Cusa printed in Paris, until then only published twice in Germany, he addressed his dedicatory epistle to William’s brother, Denys Briçonnet, bishop of Toulon.

According to Noëlle Balley ,

His printer was Josse Bade, a passionate Fleming from Ghent, trained by printers in Lyon. Not always rigorous, he published many humanists, including Sebastian Brant (The Ship of Fools), Erasmus (In Praise of Folly), Guillaume Budé, etc.

François I and Marguerite de Navarre visit Robert Estienne’s printing shop.

His son-in-law was the humanist and scholarly printer Robert Estienne (1503-1559), son of the great printer Henri Estienne (1460-1520) (the elder). Francis I appointed him, before 1539, royal printer for Hebrew and Latin, as well as for Greek from 1544.

Cenacle of Meaux

The city of Meaux (77).

From 1518 onwards, Lefèvre’s patron, Guillaume Briçonnet, decided to take up residence in his new diocese, Meaux, 41 km from Paris. There he intended to implement a pastoral reform inspired by the theological approach outlined by the Picard humanist. At the heart of this project lay the desire, shared by humanists, to bring the essential message of the Gospel to all people, even the simplest and least educated, and thus facilitate access to the mysteries of faith, with the conviction that the intervention of the Holy Spirit could inspire the minds and hearts of the faithful.

A friend and disciple of Lefèvre, Guillaume Briçonnet resolved to promote his moral ideas in his diocese. And, unusually for that time, he abandoned court life to live there.

At Briçonnet’s request, Lefèvre then founded in 1521 the Cenacle of Meaux, a center for reflection and reform of the Church of Meaux. The aim was to return to the sources of Christianity, to the original teachings of Christ, by spreading the New Testament in French: the Gospel texts were « de-Latinized. »

Marguerite de Navarre.
Oil on canvas, attributed to Jean Clouet.

Appointed in 1520 as vicar to Guillaume Briçonnet, who had become Bishop of Meaux, Lefèvre settled in that city. In 1521, Briçonnet became the spiritual director of the sister of the King of France, Marguerite de Navarre, who was committed to the cause.

That same year, Briçonnet and Lefèvre attracted several theologians and preachers to their circle, including the future Reformed philosopher Guillaume Farel, the tireless Gérard Roussel , the Flemish theologian Josse Clichtove, the Hebraist François Vatable, the eloquent Martial Mazurier, the intrepid Michel d’Arande, the renowned preacher Pierre Caroli , and Jean Lecomte de Lacroix.

Then others joined, expanding their circle: Pierre de Sébiville, Aimé Mégret , the Franciscan friar and friend of Rabelais, Pierre Amy, and Jacques Groslot , bailiff of Orléans. Their simple motto was also that of Marguerite de Navarre:

Marguerite of Navarre was close to Leonardo da Vinci during the last three years of his life (1516-1519) at the Château du Clos Lucé in Amboise. Marguerite had lived there with her husband, Charles IV of Alençon, in 1509. Subsequently, she stayed there regularly with her mother, Louise of Savoy, and her brother, Francis I, in the immediate vicinity of Leonardo da Vinci.

Marguerite de Navarre, drawing attributed to Jean Clouet.

She was an influential patron of the arts, while Leonardo was the king’s « first painter. » In 1546, Rabelais paid tribute to her by dedicating his Third Book to her.

A recent thesis by Jonathan Reid has shown that Marguerite was already at the heart of a vast network including more than two hundred members of the court, diplomats, prelates, and men of letters. Extending well beyond Paris and Meaux, this network also encompassed Alençon, Lyon, Grenoble, Bourges, Poitiers, and Mâcon.

Printers, including Augereau and Du Bois, but also Simon de Colines, who was operating clandestinely in Lyon, were among them. In total, according to Reid, 450 editions of 200 « evangelical » works were printed in France thanks to Marguerite’s protection. 10

On the ground

After visiting his entire diocese, Briçonnet observed that most priests did not reside in their parishes and that the assistant priests had little to no theological training. Furthermore, they lacked the time to teach their parishioners because they had to work, as all parish income went to the priests. The only educated preachers were the Franciscan friars (aka Cordeliers), who often limited themselves to promising hell to wicked Christians.

As early as 1518, Briçonnet undertook to combat moral depravity and the laxity of ecclesiastical discipline by thoroughly reforming his diocese. He simplified worship, abolished the veneration of images and relics, and encouraged preaching to revive the faith. He considered his diocese a mission field and divided it into 26 stations of nine parishes each. But, year after year, he observed the inadequacy of these measures: more than half of the priests were incapable of properly carrying out their assigned duties. He decided to expel the 53 most unfit priests and to train new ones. The Cordeliers were forbidden from preaching.

Comments on the Greek language edited by Guillaume Budé and printed by Josse Bade in Paris.

In Meaux, the Cenacle ran a printing press to publish, among others, the works of Lefèvre d’Étaples: Commentary on the four gospels (in Latin) in 1522, Old Testament (in French), Homilies, Epistles, Gospels, Acts of the Apostles (1523) and Psalms (1524).

The main instruments of religious renewal were greater attention to the selection and education of the priestly body, the restoration of the bishop’s authority over competing religious orders, the control of pulpits entrusted to preachers faithful to Christocentric doctrine and firmly convinced of the principle of justification by faith alone, on which Lefèvre had insisted for years in his writings, as well as the printing and distribution of numerous writings and works intended for clerics and laity: these were devotional texts focused mainly on mental prayer and on the invitation to simplify and purify traditional rituals, as well as Latin and especially French versions of the Holy Scriptures.

Stripped of unnecessary glosses, the texts were read aloud to small groups of people with some education. Prayers in simple language were printed for the common people, as well as popular works beginning in 1525.

The sermons, which changed (no more threats of hell, no more collections at the end), were successful. Neighboring Picardy, the Thiérache region, and the monastery of Livry-en-Aulnoy followed the Fabrist approach.

Meaux served as a laboratory for other dioceses in the kingdom, where bishops close to the evangelical network attempted to implement the model of pastoral renewal developed by Lefèvre and his followers. But if evangelicalism did indeed become an influential and respected movement during the reign of Francis I, it was thanks to the support of a segment of the court which, as we have mentioned, referred to Marguerite. The political, economic, and diplomatic support of the king’s sister and her network allowed the Fabrists to have direct access to the court and to influence the crown’s decisions regarding the policy of tolerance toward « heresy » and the appointment of bishops and abbots.

The reaction

A master teaching in a room at the Sorbonne University in Paris during the Middle Ages. From a miniature. 16th century.

The Cenacle of Meaux immediately attracted the wrath of the Cordeliers (whom it deprived of the proceeds of their collections) and the theologians of the Sorbonne.

In April 1521, Luther’s theses, initially well received and studied, were condemned by the University of Paris.

Clichtove defected (he wrote a work on the cult of saints, proclaiming that « the intelligence of laymen will never be able to understand the sublime meaning contained in the divine books » which even the most learned struggle to understand).

Although Lefèvre’s translation of the New Testament is based on the Vulgate text, he makes about sixty corrections based on the Greek originals. The doctors of Paris are particularly irritated by the « Exhortatory Epistle » that he places at the beginning of the second part, where he recommends that all the faithful read Holy Scripture in the vernacular, that is, in French.

Eleven proposals were submitted to the faculty. The courts ordered that Lefèvre d’Étaples’s French New Testament be burned. But the king, informed of this affair, which he saw as nothing more than harassment by the dean of the Sorbonne, Noël Béda, intervened, and Lefèvre, having defended himself before the prelates and doctors whom the court had appointed as judges, emerged from this attack with his honor intact.

In October 1523, under pressure, Briçonnet banned Luther’s books in his diocese, and in 1524, he dismissed Farel, whose sermons were too provocative, in order to continue his work of spreading the Gospel. At his own expense, he organized public readings of the Bible and distributed translations, which reached Normandy, Champagne, and the Loire Valley.

This first phase of expansion of the Fabrist movement ended around 1525, when, under the regency, the conservative party imposed a repressive policy towards Lutherans and Evangelicals, without distinction.

The hour of persecutions

Marguerite of Navarre advising her younger brother, King Francis I.

In 1525, geopolitical upheavals changed the situation in France. First, the trap set by the Italian Wars closed on Francis I. On February 24, 1525, the king was taken prisoner at Pavia by the troops of Charles V.

Consequently, he was no longer in a position to protect the Bishop of Meaux. Furthermore, in May, a papal bull authorized a group composed of three theologians from the Sorbonne and a priest to hunt down heresy.

While Lefèvre was publishing the Epistles and Gospels for the 52 Sundays of the coming year , his enemies were more successful with a new attack, taking advantage of the unrest stirred up in the diocese of Meaux by indiscreet preachers and turbulent monks. A trial opened before the Sorbonne at the instigation of the Cordeliers, who accused him of allowing « heresy » to spread.

Leo X, pope from 1513 to 1521, attends the burning of the books of Martin Luther (1483-1546), who was ordered to recant before being excommunicated in 1521. Wood engraving.

That same year, the Parliament of Paris brought a case against Briçonnet. As a conciliatory measure, he again authorized the Cordeliers to preach, asked his parish priests to restore the veneration of saints and the Virgin Mary, forbade preaching to the most extreme elements, and took the statues and images of saints under his personal protection. Jean Leclerc, a wool carder converted to the new ideas, was flogged for putting up posters hostile to the Pope.

After barely four years of existence, the Meaux circle was dissolved in 1525.

For several months, in order to avoid arrest and conviction, Lefèvre and his family were forced to leave the kingdom and take refuge in Strasbourg. There, he strengthened his ties with moderate Protestants such as Capiton and Butzer, and associated with Otto Brunfels, to whom he was linked by a Nicodemite attitude, recognizing the legitimacy of religious concealment in a context of persecution.

In 1526, with the return of Francis I, negotiated with Spain by Margaret of Navarre, and thanks to her protection, they were back in France and managed to maintain some influence for a few more years at court and throughout the rest of the kingdom, through intense activity in printing and disseminating written works, as well as through systematic preaching in the heart of the capital. The king granted Lefèvre the position of personal librarian at Blois and entrusted him with the education of his two children.

Guillaume Briçonnet, for his part, was acquitted. In 1528, he participated in the Synod of Paris that condemned Lutheranism. A year later, Francis I and Marguerite failed to save the life of preacher Louis de Berquin (1490-1529), a friend of Erasmus and also a translator of Lutheran treatises. He was burned alive in the Place de Grève in Paris.

Exile

Nérac Castle.

In 1530, Lefèvre chose to leave the court to go to Nérac to be with his patroness, Marguerite de Navarre. He remained there until his death in 1536, preferring not to take sides in the disputes between Protestants and Catholics.

He cannot be accused of Protestantism, although his comments on priestly celibacy, fasting, and the sacraments are extremely harsh and pave the way for the Reformed movement. The term « evangelicalism, » recently proposed, seems, on the other hand, to be appropriate for this attitude of absolute fidelity to the spirit and the letter of Scripture.

Marguerite of Navarre.

Marguerite de Navarre , it must be emphasized, was a learned woman.

While she knew Latin and even Greek, she was far from mastering these ancient languages ​​like Lefèvre, whose lessons she was able to attend.

For religious reasons, she even received Hebrew lessons from Paul Paradis, nicknamed Canosse, who would later become a lecturer at the Collège Royal. She was greatly influenced by the inspiration and ideas of the Cenacle of Meaux, examples of which she provides particularly in her secular comedies and poems.

And according to one historian,

In 1531, the Venetian scholar Jerome Aleander, former papal nuncio who had become Erasmus’s chief persecutor for the Roman Curia, proved to be very well informed about the situation. He regretted that Lefèvre remained under the influence of his former disciple Gerard Roussel, Bishop of Oloron.

The ambition of the Roman and French conservatives at that time was to convince Lefèvre to write a retraction of his errors and to go to Rome to obtain his full reintegration into the Roman Church.

This was not the case. Although Lefèvre could no longer publicly display his spiritual beliefs, he remained close to the positions of his disciples Roussel and Marguerite, who, throughout the reign of Francis I, even after the Affair of the Placards, continued to advocate a third way between Rome and Geneva. In 1534, Briçonnet died at the Château d’Esmans, near Montereau-Fault-Yonne.

Conclusion

The Holy Bible , French edition, published by Lefèvre d’Etapels in Antwerp in 1525.

Lefèvre’s translation of the Holy Bible , based on the Vulgate text, was printed not in France, but in Antwerp in 1530.

This was the first Bible in the vernacular language, which served as the basis for all French translations, including modern ones.

A center of preaching, this epicenter of Christian humanism, the Cenacle of Meaux , a precursor of « reformism » , had a great influence on the humanists and writers of this generation.

Marguerite protected François Rabelais (1483-1553) and encouraged him to write Gargantua and Pantagruel.

A friend of Rabelais, the famous poet Clément Marot, entered Marguerite’s service. He was soon accused of heresy and took refuge in Nérac in 1535.

King Henri IV.

Nicknamed the « mother of the Renaissance, » Marguerite de Navarre was the mother of Jeanne d’Albret and therefore the grandmother of Henri IV, the good King Henri who, knowing this intellectual and spiritual lineage, would embody this ideal in action.

It was certainly with the work of the Cenacle of Meaux in mind that he succeeded, at least in part, in putting an end to the Wars of Religion ravaging France.

The inclusive peace he organized in France, based on the coincidence of opposites theorized by Nicholas of Cusa, would be the model for the Peace of Westphalia which ended the Thirty Years’ War in 1648.

Selected Bibliography

  • ALONGE, Guillaume Jacques Lefèvre d’Étaples in the religious crisis of the 16th century , nord’ 2022/2 No. 80, pages 15 to 21, Éditions Société de Littérature du Nord.
  • BARNAUD, Jean
    Jacques Lefèvre d’Etaples: the preparation , Theological and religious studies, 11th year, No. 1, 1936.
    Jacques Lefèvre d’Etaples, Master of Philosophy , Theological and Religious Studies, 11th year, No. 2, 1936.
    Jacques Lefèvre d’Etaples (continued) , Theological and Religious Studies, 11th year, No. 3, 1936.
    Jacques Lefèvre d’Etaples (continued and concluded) , Theological and Religious Studies, 11th year, No. 4-5, 1936.
  • CHARLIER, Yvonne , Erasmus and friendship, based on his correspondence , Editions Les Belles Lettres, Paris, 1977.
  • DE ROMILLY, Jacqueline, Five centuries of Hellenism in France , Bulletin of the Association Guillaume Budé, March 1977.
  • EICHEL-LOJKINE, Patricia, Marguerite de Navarre, pearl of the Renaissance , Perrin, Paris, 2021.
  • PERNOT, Jean-François, Jacques Lefèvre d’Etaples (1450? – 1536), Proceedings of the Etaples colloquium on November 7 and 8, 1992, Classiques Garnier, Paris, 1995.

NOTES:

  1. https://www.facinghistory.org/resource-library/agreement-catholic-church ↩︎
  2. file:///C:/Users/User/Desktop/alonge-2022-jacques-lefevre-detaples-dans-la-crise-religieuse-du-xvie-siecle.pdf ↩︎
  3. Christian humanism differs from « secular humanism » (anti-religious) and supposedly « scientific. » Once the spiritual dimension was eliminated, the humanist dimension also fell by the wayside. Julian Huxley, one of the great promoters of « secular humanism, » ended up inventing the term « transhumanist, » an ideology he saw as capable of replacing all religions. Millionaire Jeffrey Epstein, as well as billionaires Elon Musk, Larry Ellison, and Peter Thiel, are adherents of this ideology .
  4. file:///C:/Users/User/Desktop/Jacques%20LEtap/Romilly_Helle%CC%81isme-France.pdf ↩︎
  5. Börje Knös , An Ambassador of Hellenism: Janus Lascaris and the Greco-Byzantine Tradition in French Humanism , Uppsala, Almqvist & Wiksells, 1945 .
  6. Philip. Monnier , The Quattrocento . Volume II, p. 82. ↩︎
  7. https://www.etudesheraultaises.fr/publi/evocation-de-guillaume-briconnet-eveque-de-lodeve-de-1489-a-1519/ ↩︎
  8. Heminjard , Correspondence of the Reformers, vol. I, p. 4, note. ↩︎
  9. https://theses.chartes.psl.eu/document/ENCPOS_1991_01 ↩︎
  10. Jonathan Reid , King’s Sister, Queen of Dissent: Marguerite de Navarre (1492-1549) and her Evangelical Network . Leyden, Brill, 2009; 2 vol. ↩︎
  11. Jean-Pierre Duteil . Marguerite de Navarre . Ellipses, 2021. hal-04186835.
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Le Cénacle de Meaux et l’Humanisme chrétien à la Renaissance

De gauche à droite, trois personnalités majeures de l’Humanisme chrétien en France : Marguerite de Navarre, l’abbé Guillaume Briçonnet et Jacques Lefèvre d’Etaples.

Cette citation ressemble en bien des aspects à ce que de nombreux chrétiens ressentent aujourd’hui devant l’instrumentalisation du religieux pour justifier des guerres rapaces et sanguinaires présentées en « guerres justes », en particulier par des membres éminents de l’Administration Trump, notamment son ministre de la Guerre, Pete Hegseth.

L’histoire bégaie, car cette citation n’est pas d’aujourd’hui. Elle est extraite d’une lettre envoyée au pape en 1933 par Edith Stein, philosophe d’origine juive devenue carmélite, lorsque les catholiques allemands, minoritaires dans ce pays protestant, signent un Concordat avec Hitler. L’ennemi commun à combattre est désormais le bolchevisme. En échange de leur silence devant la barbarie nazie, Hitler leur offre sa gracieuse protection.

En France, à la même époque, le grand patronat, européiste avant l’heure, clamait : « Mieux vaut Hitler que le Front populaire ! »

Notre chance, aujourd’hui, est d’avoir un pape qui élève la voix. Et cette voix peut donner à chacun le courage pour enrayer la marche folle vers la guerre.

Le Dimanche des Rameaux, Léon XIV avait répété avec force que personne ne peut justifier la guerre au nom du Seigneur :

A la soif de pouvoir s’ajoute celle de l’argent, dénoncée lors de son voyage dans la Principauté de Monaco.

Au cours de sa première année de pontificat, le Pape a appelé à maintes reprises à une réconciliation « désarmée et désarmante ». Aux « seigneurs de la guerre » qui font de leur pouvoir « une idole muette, aveugle et sourde », il a opposé l’écoute d’une « mélodie plus grande que nous ». Cette harmonie sur laquelle danser quand le monde semble oublier même « la lumière ».

La venue du Pape Léon XIV en France

Dans un communiqué publié le 6 mai, le président de la Conférence des évêques de France confirme ce que beaucoup espéraient depuis un an : bien que cela reste à confirmer, Léon XIV pourrait venir en France fin septembre 2026, en faisant étape à Paris et à Lourdes.

C’est l’occasion pour nous d’évoquer un des sursauts les plus lumineux de notre pays, qui a connu son apogée en 1521, avec la création du Cénacle de Meaux par le philosophe-théologien Jacques Lefèvre d’Etaples (1450-1537), à la demande de son élève l’évêque Guillaume Briçonnet (1472-1534).

Ce n’était pas un cercle philosophique ou de prière. Il s’agissait en premier lieu de lire, d’étudier, de traduire et d’imprimer l’évangile en français et de former les ecclésiastiques à la prédication. La démarche était si simple, honnête et novatrice qu’elle dérangea profondément le pouvoir politique et religieux en place. Le Cénacle fut fermé après seulement quatre ans, ses animateurs furent persécutés et durent s’exiler. Ce n’est que grâce à la protection de Marguerite de Navarre (1492-1549) (encore appelée Marguerite d’Angoulême ou Marguerite de Valois-Angoulême), sœur de François Ier, gagnée à ce courant, que leurs grandes figures purent échapper aux flammes du bûcher.

Evangélisme de la Renaissance

Pour Guillaume d’Alonge, Jacques Lefèvre d’Etaples est

Ce que certains nomment « l’évangélisme de la Renaissance » (à ne pas confondre avec l’évangélisme messianique américain, courant qui anime les va-t’en guerre d’aujourd’hui) correspond à un mouvement d’idées caractérisé par la valorisation de l’exégèse biblique.

Par différence avec l’évangélisme au sens le plus courant du terme, il ne se rapporte pas nécessairement à la Réforme protestante. Au contraire, de nombreux humanistes qui ne souhaitent pas rompre avec la papauté mais se déclarent néanmoins hostiles aux abus ecclésiastiques, comme Erasme de Rotterdam et François Rabelais, sont animés d’un désir de réforme sans schisme.

Si les catholiques ont voulu les éradiquer en les ignorant, les protestants ont toujours prétendu qu’ils étaient des leurs.

Comme Erasme, Jacques Lefèvre d’Etaples était certes réformiste mais n’a jamais envisagé de rompre avec l’Eglise catholique romaine, ainsi que le réclamaient Luter, Calvin et autres figures de la Réforme protestante. Les humanistes chrétiens de la Renaissance croyaient, peut-être avec naïveté, qu’en appelant à la raison, la curie romaine finirait par céder à leurs exigences en acceptant d’éradiquer la corruption et les abus qui polluaient gravement l’institution.

Humanisme

C’est en Italie, avec Pétrarque (1304-1374), que naît l’humanisme. Le poète commence par recueillir les inscriptions sur les vieilles pierres de Rome et poursuit dans les manuscrits sa quête des Anciens.

Avec son ami Boccace, il fera venir en Italie les savants byzantins pour ressusciter l’étude du grec et du latin. Si le terme humaniste désigne alors celui qui, par l’étude du grec et du latin « cultive les humanités » (studia humanitatis), les penseurs humanistes de la Renaissance n’abjurent pas pour autant leur foi chrétienne mais cherchent plutôt à marier les deux.

Une rupture très nette avec le pessimisme scolastique va alors s’opérer. Se concevant comme « créé à l’image vivant du Créateur », l’homme de la Renaissance, uomo universale, doué de raison et de libre arbitre, n’accuse plus le diable. C’est lui qui doit se démener pour surmonter ses mauvais penchants. Et s’il développe pleinement son potentiel créateur, c’est avant tout pour plaire au Créateur en mettant sa vie au service du bien public plutôt qu’à sa gloire personnelle.

En Europe du Nord, le courant des Frères et Soeurs de la vie commune et celui des béguines partent de la conviction que vie contemplative et vie active doivent se compléter et non s’opposer. Chacun doit vivre « à l’imitation du Christ ». C’est à Deventer, chez les Frères de la vie commune, qu’Erasme, inspiré par des enseignants comme Rodolphe Agricola, découvrira l’humanisme chrétien et les « bonnes lettres ».3

Le grec et les Grecs

Un érudit grec enseinant à Florence au début du XVe siècle.

Si l’étude du grec pénètre en Italie et aux Pays-Bas dès le début du XVe siècle, en France, les jeunes élites se bousculent pour assister, à partir de 1476, aux cours d’un exilé grec, Georges Hermonyme de Sparte, piètre pédagogue, rapace et maîtrisant peu sa propre langue.

Mais, comme le précise Jacqueline de Romilly:

Deux autres Grecs jouent un rôle majeur pour le renouveau des études helléniques.

Constantin Lascaris.

Et d’abord Constantin Lascaris (1434-1501). Elève de Jean Argyropoulos entre 1444 et 1553, il arrive en Occident vers 1460, après avoir été fait prisonnier durant l’occupation turque de Constantinople en 1453.

Après quelques courts séjours entre les îles grecques, il devient précepteur de la fille de Francesco Sforza à Milan, où il commence la rédaction de sa grammaire, l’Erotemata.

Outil essentiel pour l’apprentissage du grec, l’œuvre sera d’abord imprimée à Milan, puis éditée à deux reprises par Alde Manuce à Venise.

Jean Bessarion.

Constantin Lascaris se rend ensuite à Rome où il rencontre le plus grand protecteur des érudits grecs en Occident et de l’humanisme byzantin au sein du clergé, le cardinal Jean Bessarion (1403-1472), patriarche latin de Constantinople à partir de 1463.

Bessarion est un ami du cardinal Nicolas de Cues (1401-1464), avec lequel il collabore en particulier lors du Concile œcuménique de Ferrare/Florence, réuni pour mettre fin au schisme entre les Eglises d’Orient et d’Occident.

Jean Lascaris

Jean Lascaris.

L’autre érudit grec (sans parenté avec le premier) est Jean (Janus) Lascaris (1445-1535), lui aussi un protégé du cardinal Jean Bessarion qui le chargera de nombreuses missions, notamment de ramener des manuscrits précieux du Mont Athos en 1492.

Bien que né en Asie mineure et fréquentant les grands d’Italie, Lascaris se met au service de la France en tant qu’ambassadeur de Louis XII à Venise entre 1503 et 1508. Il y rejoint l’académie de l’imprimeur Alde Manuce (1449-1515) où lettrés d’Orient et d’Occident se retrouvent pour discuter et éditer les classiques.

Lorsqu’Erasme se rend alors à Venise chez l’imprimeur Alde Manuce pour publier ses Adages, œuvre magistrale visant à populariser toute la sagesse antique, Lascaris lui propose non seulement de l’accueillir chez lui, mais contribue lui-même à l’ouvrage.

Erasme, écrit l’historienne belge Yvonne Charlier, y rédige fiévreusement ses Adages

Travaille également avec Lascaris le jeune étudiant français Germain de Brie.

Quelques années plus tard, lorsqu’Erasme et Thomas More publient en 1516 l’Utopie, récit fictif d’un peuple (les Utopiens) qui tente de créer une société idéale fondée sur les principes définis par Platon dans sa République, ils avancent qu’ils doivent être d’origine grecque, puisque Lascaris « était leur seul grammairien ».

C’est à Venise que Jean Lascaris et Erasme entrevoient ensemble l’idée d’un Collège de langues. Pouvoir comparer les traductions de l’Evangile en hébreu et en grec était la condition sine qua non pour aboutir à une juste compréhension de son contenu.

Lascaris finira sa vie à Rome auprès du pape Léon X, qui le charge en 1514 d’y fonder le Collège grec du Quirinal. Erasme, contre vents et marées, et surtout contre les théologiens de la ville universitaire brabançonne de Louvain, y ouvrira le Collège Trilingue en 1517.

Lascaris s’occupe également de la Bibliothèque royale, installée à Blois dès 1501 par Louis XII, puis déménagée à Fontainebleau avec Guillaume Budé sous François Ier.

L’ancêtre du Collège de France, le Collège des lecteurs royaux fondé en 1530 par François Ier.

Par la suite, sur l’insistance de Budé, François Ier créera en 1530, sous patronage royal, le « Collège des Lecteurs royaux », permettant d’étudier le grec et toutes les matières rejetées par la Sorbonne.

La proximité de Lascaris avec Lefèvre d’Étaples a pu faire écrire que l’œuvre des grands érudits français, Budé, Scaliger, Casaubon, Lambin, Cujas, Estienne, paraissait

Resté caché aux Européens pendant des siècles, cet immense patrimoine – on pourrait dire une vaste civilisation qu’on redécouvre – prit donc le chemin du royaume de France grâce à des hommes tels que Lascaris, dont des disciples comme Lefèvre prirent la relève.

Jacques Lefèvre d’Etaples

Jacques Lefèvre d’Etaples.

Philosophe, mathématicien, musicologue et théologien, Jacques Lefèvre naît vers 1450 à Étaples, en Picardie, et décède en 1536 à Nérac (Lot-et-Garonne). Il latinisa son nom en Jacobus Faber Stupulensis, d’où le surnom de « fabristes » donné à ceux qui adhèrent à sa doctrine.

Il fait ses études à Paris où il obtient le grade de bachelier et de maître des arts. Puis il entre dans les ordres et devient prêtre, sans que l’on sache s’il a effectivement exercé cette fonction. D’un naturel doux et timide, de constitution fragile, d’un désintéressement qui le poussa à faire don de son patrimoine à ses frères et neveux pour s’adonner plus librement à l’étude, Jacques Lefèvre étudia surtout les lettres et la philosophie.

Ses études terminées, après avoir enseigné quelque temps les belles-lettres, le goût des voyages le prend. Il parcourt une partie de l’Europe, on prétend même que le désir d’étendre ses connaissances le conduit en Asie et en Afrique. Attiré par les vents du renouveau que faisait souffler la Renaissance sur toute l’Europe, Lefèvre se rend au moins à deux reprises en Italie où il effectue des longs séjours à Pavie, Padoue, Venise, Rome et Florence.

Avec sa traduction de Platon et d’Aristote, Leonardo Bruni (1370-1444) dota l’Italie, et avec elle, le monde savant, d’un cadre philosophique. L’humanisme italien prit parti pour Platon.

En 1492, Lefèvre rencontre et discute avec les platoniciens et néo-platoniciens florentins, regroupés autour de Marsile Ficin, de son élève Jean Pic de la Mirandole, du Politien et d’Ermolao Barbaro.

En partant d’Hermès Trismégiste, Plotin, Jamblique et Cicéron, ce courant met en avant la prétendue complémentarité entre Platon et Aristote plutôt que leur opposition, espérant pouvoir concilier les doctrines des deux philosophes. Se plaçant au-dessus des deux camps, Jean Pic de la Mirandole préparait un grand ouvrage que la mort l’empêcha d’achever, la Concordia Platonis et Aristoteles, ramenant à une seule sagesse toutes les philosophies et toutes les religions, évidemment sous la tutelle du Vatican. Le néoplatonisme florentin exerce alors une grande influence sur toute une génération de prélats et d’ecclésiastiques.

Plus tard, en 1509, sous le pape guerrier Jules II, les néoplatoniciens dicteront à Raphaël le contenu des fresques de la Chambre de la Signature, où Pic de la Mirandole figure en excellente position. Dans son traité Les Cicéroniens, Erasme dénonce ces néoplatoniciens qui, au lieu de christianiser Platon, se servent de la philosophie antique pour rabaisser le christianisme à la barbarie païenne.

De retour à Paris en 1495, Lefèvre devient professeur au collège Cardinal Lemoine où il enseigne jusqu’en 1507, selon la mode d’alors, la philosophie, la géométrie, l’arithmétique, la grammaire, la géographie, la cosmographie et la musique.

Ses premiers ouvrages sont des commentaires sur Aristote, un philosophe grec que l’on citait souvent mais qu’on lisait assez peu. De façon assez étonnante, ce n’est qu’après sa rencontre avec les néoplatoniciens florentins qu’il décide de publier des écrits d’Aristote, dans les versions des humanistes du Quattrocento, assorties de commentaires qui visent à restaurer la sana intelligentia du philosophe. Ambitieux, Lefèvre conçut son corpus aristotélicien en réaction à l’enseignement scolastique, contre lequel il n’a pas de mots assez durs dans ses préfaces.

Reprenant les traductions partielles ou incomplètes données par Boèce et Bessarion, il tente de les débarrasser de ce que François Rabelais appelait « les gloses tant sales ». A l’époque, il espère encore rendre compatible la pensée d’Aristote avec la parole de l’Evangile.

Mais Lefèvre n’oublie pas pour autant Platon. En 1499, il publie les œuvres du Pseudo-Denys l’Aréopagite, un penseur néoplatonicien du VIe siècle qui était considéré à tort comme l’un des disciples du Christ. Il s’intéresse ensuite à Jean Damascène, à Nicolas de Cues et au mystique espagnol Raymond Lulle : des auteurs qui nourrirent la réflexion spirituelle des chrétiens français tout au long du siècle. Lefèvre mathématicien se retrouve dans l’approche de Nicolas de Cues, pour qui, comme pour Pythagore, les mathématiques ne sont que la science des proportions divines.

Paradoxalement, c’est à la suite de la lecture du Pseudo-Denys qu’il rejette ce qu’il a adoré, et ses commentaires suivants témoignent d’une grande méfiance envers le platonisme. En 1506, il publie, à la suite de la Politique, un résumé de la République et des Lois, intitulé Hécatonomies, dont la marge est fréquemment annotée d’un « stultitia » (bêtise) ou « semistultitia » (demi-bêtise). Dans ce traité, il regroupe les prescriptions de Platon qu’il approuve et celles qui doivent être condamnées.

Les Briçonnet

Guillaume Briçonnet, évêque de Saint-Malo.

A un moment donné, Jacques Lefèvre d’Etaples obtient la protection de la puissante famille Briçonnet.

C’est une véritable dynastie de diplomates, de bâtisseurs et de grands serviteurs du Royaume.

Guillaume Briçonnet (1445-1514) est un officier royal puis un ecclésiastique français, connu sous le nom de Cardinal de Saint-Malo. D’abord financier, il exerce la fonction de général des finances de Languedoc sous Louis XI.

A la mort de sa femme, il entre dans les ordres. Recommandé par Louis XI à son successeur, il est nommé secrétaire du Trésor. Il sera ministre d’Etat de Charles VIII et créé cardinal par le pape en 1495. Le 27 mai 1498, il couronne Louis XII à Reims.

Guillaume Briçonnet, évêque de Lodève, de Saint-Germain-des-Prés et de Meaux.

Guillaume Briçonnet a un fils éponyme né en 1470. En 1489, alors qu’il est étudiant à Paris, au Collège de Navarre (il n’a alors que 19 ans), Guillaume Briçonnet (fils) est nommé évêque de Lodève. Il deviendra également abbé de Saint-Guilhem-le-Désert en 1493.8

Il continue cependant à résider pour un temps à Paris afin de compléter sa formation, avec pour précepteur Josse Clichtove, par qui il fait la connaissance de Lefèvre d’Étaples et de son entourage. En 1495, succédant à son oncle Robert, archevêque de Reims, Guillaume Briçonnet devient l’un des deux présidents de la Chambre des Comptes à Paris et le restera jusqu’en 1507. Reçu chanoine de l’Église de Paris en 1503, il se fait construire une très belle demeure dans le cloître de Notre-Dame.

Nommé abbé de Saint-Germain-des-Prés en 1507, il appellera Lefèvre auprès de lui afin d’y promouvoir une réforme des moeurs des moines. Pour Lefèvre, c’est un moment de vérité. Ce qui apparaît alors avec force, c’est qu’il n’a jamais pratiqué la philosophie pour s’éloigner du religieux, au contraire, sa quête de vérité ne fut qu’une étape dans son élan conduisant vers Dieu. Prudent, lorsqu’il examine les doctrines des uns et des autres, il évite de prendre parti tout en poursuivant ses propres réflexions. Bien plus que d’Aristote ou de Platon, c’est de l’Evangile que Lefèvre tire son inspiration. Pour lui, l’étude des Saintes Ecritures doit être le couronnement de ses travaux, leur point d’aboutissement naturel.

Lefèvre veut se rapprocher de cette lumière qu’il voit au loin. On dira qu’il traverse une « crise mystique ». Longue est la liste des auteurs mystiques dont Lefèvre a publié les ouvrages. Depuis celui qu’il considérait comme le plus ancien de tous, Denys l’Aréopagite, elle va jusqu’au plus récent, Nicolas de Cues, en passant par Héraclite, Hermès Trismégiste, Jean Damascène, Raymond Lulle, Richard de Saint-Victor et Ruysbroeck l’admirable.

En 1509, Lefèvre publie un Psautier en cinq langues. Le choix de s’occuper d’abord du Psautier était avant tout de nature pastorale : il veut offrir aux moines un instrument efficace pour comprendre pleinement le contenu de leurs prières, mais aussi insister sur la centralité du rapport direct entre le fidèle et Dieu.

En 1511, de passage à Paris, Erasme rencontre Lefèvre. S’ils ont pu se critiquer l’un l’autre, ils se respectent mutuellement et partageront toute leur vie un engagement commun.

Lefèvre continue son offensive en publiant les Épîtres de Paul (1512), dont on sait qu’elles ont constitué l’un des terrains de bataille pour la Réforme en général et pour Luther en particulier (« la foi et les œuvres » ou « la foi seule » comme voie de salut).

Un point important rapproche nettement Lefèvre d’Erasme et l’éloigne clairement de Luther : son interprétation du libre arbitre. Pour le théologien picard, malgré l’état de misère et d’impuissance dans lequel le péché originel a jeté l’homme, celui-ci conserve la capacité, bien que réduite, d’accueillir le don de la grâce, de s’ouvrir au salut, de rejeter le mal et de choisir le bien. Il en découle une vision plus optimiste et sereine du processus du salut, véritablement ouvert et accessible à tous les hommes, en contraste avec l’interprétation sombre et angoissée du salut, que les réformés réservaient à quelques heureux élus.

Lefèvre éditeur de Nicolas de Cues

Page des oeuvres complètes de Nicolas de Cues
dans l’édition de 1514 de Jacques Lefèvre d’Etaples chez Josse Bade à Paris.
Nicolas de Cues.

Sa flamme mystique, Lefèvre la partage avec les Briçonnet, puis avec Marguerite de Navarre.

Et lorsqu’en 1514, Lefèvre fait imprimer à Paris les œuvres complètes de Nicolas de Cues, jusqu’alors uniquement publiées deux fois en Allemagne, il adresse son épître dédicatoire au frère de Guillaume, Denys Briçonnet, évêque de Toulon.

Selon Noëlle Balley,

Son imprimeur était Josse Bade, un flamand passionné originaire de Gand, formé chez les imprimeurs lyonnais. Pas toujours rigoureux, celui-ci publiait de nombreux humanistes, dont Sébastien Brant (La Nef des Fous), Erasme (Eloge de la Folie), Budé, etc.

François Ier et Marguerite de Navarre visitent l’imprimerie de Robert Estienne.

Son gendre était l’imprimeur humaniste et érudit Robert Estienne (1503-1559), fils de l’imprimeur Henri Estienne (1460-1520) (l’ancien). François Ier le nomme, avant 1539, imprimeur royal pour l’hébreu et le latin, ainsi que pour le grec à partir de 1544.

Cénacle de Meaux

La ville de Meaux (77).

À partir de 1518 le protecteur de Lefèvre, Guillaume Briçonnet, décide d’élire résidence dans son nouveau diocèse, à Meaux, où il compte mettre en œuvre une réforme pastorale inspirée de la ligne théologique esquissée par l’humaniste picard. Au cœur de ce projet se situait la volonté, qui était celle des humanistes, d’apporter le message essentiel de l’Évangile à tous les hommes, même les plus simples et les moins instruits, et de faciliter ainsi l’accès aux mystères de la foi, avec la conviction que l’intervention du Saint Esprit pouvait inspirer l’intelligence et le cœur des fidèles.

Ami et disciple de Lefèvre, Guillaume Briçonnet résout de faire prévaloir ses idées morales dans son diocèse. Et, ce qui est inhabituel à cette époque, il abandonne la vie de cour pour y vivre.

Toujours à la demande de Briçonnet, Lefèvre fonde alors le Cénacle de Meaux, foyer de réflexion et de réforme de l’Église de Meaux. Il s’agit de retourner aux sources du christianisme, vers l’enseignement originel du Christ, en répandant le Nouveau Testament en français : on « délatinise » les textes évangéliques.

Marguerite de Navarre. Huile sur toile, attribuée à Jean Clouet.

Nommé en 1520 vicaire de Guillaume Briçonnet, devenu évêque de Meaux, Lefèvre s’installe dans cette ville. En 1521, Briçonnet devient le directeur spirituel de la sœur du roi de France, Marguerite de Navarre, qui est acquise à la cause.

La même année, Briçonnet et Lefèvre attirent autour d’eux plusieurs théologiens et prédicateurs, dont le futur réformé Guillaume Farel, l’infatigable Gérard Roussel, le théologien flamand Josse Clichtove, l’hébraïsant François Vatable, l’éloquent Martial Mazurier, l’intrépide Michel d’Arande, Pierre Caroli, prédicateur célèbre, et Jean Lecomte de Lacroix. Puis d’autres viennent, élargissant le cénacle : Pierre de Sébiville, Aimé Mégret, le franciscain ami de Rabelais, Pierre Amy, et Jacques Groslot, bailli d’Orléans. Leur mot d’ordre, simple, est aussi celui de Marguerite de Navarre :

Marguerite de Navarre a côtoyé Léonard de Vinci lors de ses trois dernières années de vie (1516-1519) au château du Clos Lucé, à Amboise. Marguerite y avait vécu avec son époux Charles IV d’Alençon en 1509. Par la suite, elle y séjourna régulièrement avec sa mère Louise de Savoie et son frère François Ier, dans le voisinage immédiat de Léonard de Vinci.

Marguerite de Navarre, dessin attribué à François Clouet.

Elle était une protectrice influente des arts, tandis que Vinci était le « premier peintre » du roi. En 1546, Rabelais lui rend honneur en lui dédiant son Tiers Livre.

Une thèse récente, de Jonathan Reid, a montré que Marguerite était dès cette époque au cœur d’un vaste réseau incluant plus de deux cents membres de la cour, des diplomates, des prélats, des hommes de lettres. S’étendant bien au-delà de Paris et Meaux, ce réseau concernait aussi Alençon, Lyon, Grenoble, Bourges, Poitiers et Mâcon.

Les imprimeurs, parmi lesquels Augereau et Du Bois, mais aussi Simon de Colines, clandestin à Lyon, en faisaient partie. Au total, selon Reid, 450 éditions de 200 œuvres « évangéliques » seraient sorties des presses françaises grâce à la protection de Marguerite.11

Sur le terrain

Après avoir visité tout son diocèse, Briçonnet constate que la plupart des curés ne résident pas dans leur paroisse et que les desservants ne sont qu’à peine, voire pas du tout, formés en théologie. De plus, ils n’ont pas le temps d’enseigner leurs ouailles car ils doivent travailler, tous les revenus de la paroisse allant aux curés. Les seuls prêcheurs instruits sont les Cordeliers, qui se bornent souvent à promettre l’enfer aux mauvais chrétiens.

Dès 1518, Briçonnet entreprend de lutter contre la dépravation des mœurs et le relâchement de la discipline ecclésiastique en réformant en profondeur son diocèse. Il simplifie le culte, supprime l’adoration des images et des reliques et encourage les prédications pour raviver la foi. Il considère son diocèse comme une terre de mission, et le divise en 26 stations de neuf paroisses chacune. Mais, année après année, il constate l’insuffisance des mesures : plus de la moitié des desservants sont incapables d’effectuer convenablement la tâche qui leur est assignée. Il décide d’expulser les 53 plus inaptes et de former des prêtres. Les Cordeliers sont interdits de chaire.

Commentaires sur la langue grecque publié par Guillaume Budé chez Josse Bade à Paris.

A Meaux, le Cénacle fait tourner une imprimerie pour publier, parmi d’autres, les ouvrages de Lefèvre d’Étaples : Commentaires des quatre évangiles (en latin) en 1522, Ancien Testament (en français), Homélies, Épîtres, Évangiles, Actes des Apôtres (1523) et Psaumes (1524).

Les principaux instruments du renouveau religieux furent une plus grande attention à la sélection et l’éducation du corps sacerdotal, la restauration de l’autorité de l’évêque vis-à-vis des ordres religieux concurrents, le contrôle des chaires confiées à des prédicateurs fidèles à la doctrine christocentrique et fermement convaincus du principe de la justification par la foi seule, sur lequel Lefèvre insistait depuis des années dans ses écrits, ainsi que l’impression et la distribution de nombreux écrits et ouvrages destinés aux clercs et aux laïcs : il s’agissait de textes de piété centrés principalement sur la prière mentale et sur l’invitation à simplifier et à purifier les rituels traditionnels, ainsi que de versions latines et surtout françaises des Saintes Écritures.

Débarrassés des gloses inutiles, les textes sont commentés de vive voix pour de petits groupes de personnes ayant un peu d’instruction. Des prières en langage simple sont imprimées à destination du peuple, ainsi que des ouvrages de vulgarisation à partir de 1525. Les prêches, qui changent (on ne menace plus de l’enfer, on ne quête plus à la fin), ont du succès. La Picardie voisine, la Thiérache, le monastère de Livry-en-Aulnoy suivent la démarche fabriste.

Meaux fut un laboratoire pour d’autres diocèses du royaume, dans lesquels des évêques proches du réseau évangélique tentèrent de mettre en application le modèle de renouveau pastoral élaboré par Lefèvre et les siens. Mais si effectivement l’évangélisme devint un courant influent et respecté sous le règne de François Ier, ce fut grâce au soutien d’une partie de la cour qui, comme nous l’avons mentionné, faisait référence à Marguerite. L’appui politique, économique et diplomatique de la sœur du roi et de son réseau permit aux fabristes d’avoir un accès direct à la cour et d’influencer les choix de la couronne concernant la politique de tolérance à l’égard de « l’hérésie » et les nominations des évêques et des abbés.

La réaction

Un maître enseignant dans une salle de l’Université de la Sorbonne à Paris au Moyen Âge. D’après une miniature. XVIe siècle.

Le Cénacle de Meaux attire immédiatement les foudres des Cordeliers (qu’il a privés du produit de leurs quêtes) et des théologiens de la Sorbonne.

En avril 1521, les thèses de Luther, initialement bien reçues et étudiées, sont condamnées par l’Université de Paris. Clichtove fait défection (il rédige un ouvrage sur le culte des saints, proclame que « l’intelligence des laïcs ne pourra jamais comprendre le sens sublime enfermé dans les livres divins » que les plus doctes ont peine à comprendre).

Bien que la traduction de Lefèvre du Nouveau Testament s’appuie sur le texte de la Vulgate, elle y apporte une soixantaine de corrections d’après les originaux grecs. Les docteurs de Paris sont principalement irrités de « l’Épître exhortatoire » qu’il met en tête de la deuxième partie, où il recommande à tous les fidèles de lire l’Écriture sainte en langue vernaculaire, c’est-à-dire en français.

On défère onze propositions à la faculté. Les tribunaux ordonnent que le Nouveau Testament rn français de Lefèvre d’Étaples soit brûlé. Mais le roi, instruit de cette affaire dans laquelle il ne voit qu’une tracasserie du doyen de la Sorbonne, Noël Béda, intervient et Lefèvre, s’étant justifié en présence des prélats et des docteurs que la cour lui a donnés pour juges, sort avec honneur de cette attaque.

En octobre 1523, sous la pression, Briçonnet interdit les livres de Luther dans son diocèse et en 1524, il renvoie Farel, trop provocateur dans ses prêches, afin de pouvoir continuer son travail de diffusion de l’Évangile. À ses frais, il organise des lectures publiques de la Bible et en fait distribuer des traductions, qui gagnent la Normandie, la Champagne et la vallée de la Loire.

Cette première phase d’expansion du mouvement fabriste s’acheva vers 1525, lorsque, sous la régence, le parti conservateur imposa une politique répressive à l’égard des luthériens et des évangéliques, sans distinction.

L’heure des persécutions

Marguerite de Navarre conseillant son jeune frère, le roi François Ier.

En 1525, les bouleversements géopolitiques changent la donne en France. En premier lieu, c’est le piège tendu par les guerres d’Italie qui se referme sur François Ier. Le 24 février 1525, le roi est fait prisonnier à Pavie par les troupes de Charles Quint.

Du coup, il n’est plus en position de protéger l’évêque de Meaux. A cela s’ajoute qu’en mai, une bulle papale autorise un groupe composé de trois théologiens de la Sorbonne et d’un curé à traquer l’hérésie.

Alors que Lefèvre publie les Épîtres et Évangiles pour les 52 dimanches de l’année à venir, ses ennemis ont plus de succès avec une nouvelle attaque, profitant du trouble attisé dans le diocèse de Meaux par des prédicateurs indiscrets et des moines turbulents. Un procès s’ouvre devant la Sorbonne à l’initiative des Cordeliers, qui l’accusent de permettre à « l’hérésie » de se répandre.

Léon X, pape de 1513 à 1521, assiste à l’autodafé des livres de Martin Luther (1483-1546), sommé de se rétracter avant d’être excommunié en 1521. Gravure sur bois.

La même année, le parlement de Paris intente un procès contre Briçonnet. Par mesure d’apaisement, ce dernier autorise à nouveau les Cordeliers à prêcher, demande à ses curés de restaurer le culte des saints et de la Vierge, interdit les prêches aux plus extrêmes et prend sous sa protection personnelle les statues et images de saints. Jean Leclerc, un cardeur de laine converti aux idées nouvelles, est fouetté pour avoir placardé des affiches hostiles au pape.

Après à peine quatre ans d’existence, le cénacle de Meaux est dissous en 1525.

Pendant quelques mois, afin d’éviter les arrestations et les condamnations, Lefèvre et les siens sont contraints de quitter le royaume pour se réfugier à Strasbourg. Sur place, il renforce ses liens avec des protestants modérés tels que Capiton et Butzer, et fréquente Otto Brunfels, auquel le rattachait une attitude nicodémite, reconnaissant la légitimité de la dissimulation religieuse dans un contexte de persécution.

En 1526, avec le retour de François Ier, négocié avec l’Espagne par Marguerite de Navarre, et grâce à sa protection, ils sont de retour en France et parviennent à conserver des espaces de manœuvre pendant quelques années encore à la cour et dans le reste du royaume, par une intense activité d’impression et de diffusion d’écrits, ainsi qu’à travers une action systématique de prédication évangélique au cœur même de la capitale. Le roi accorde à Lefèvre le poste de bibliothécaire personnel à Blois et lui confie l’éducation de ses deux enfants.

Guillaume Briçonnet est pour sa part innocenté. En 1528, il participe au synode de Paris qui condamne le luthéranisme. Un an plus tard, François Ier sacrifie le prédicateur Louis de Berquin (1490-1529), un ami d’Érasme mais également traducteur de traités luthériens. Il est brûlé vif en place de Grève à Paris.

L’exil

Château de Nérac.

En 1530, Lefèvre choisit de quitter la cour pour se rendre auprès de sa protectrice, Marguerite de Navarre, à Nérac. Il y restera jusqu’à sa mort en 1536, préférant ne pas prendre position dans les disputes entre protestants et catholiques.

On ne peut le taxer de protestantisme, bien que ses commentaires sur le célibat des prêtres, le jeûne et les sacrements soient extrêmement sévères et préparent la voie réformée. Le terme d’« évangélisme » récemment proposé semble en revanche convenir à cette attitude de fidélité absolue à l’esprit et à la lettre des Écritures.

Marguerite de Navarre.

Marguerite de Navarre, il faut le souligner, est une lettrée.

Mais si elle connaît le latin et même le grec, elle est loin de maîtriser ces langues anciennes comme le fait Lefèvre, dont elle a pu suivre les leçons.

Pour des raisons religieuses, elle a même reçu des cours d’hébreu de Paul Paradis, surnommé le Canosse, qui deviendra plus tard lecteur du Collège royal. Elle fut très influencée par la pensée du Cénacle de Meaux, dont elle donne des exemples en particulier dans ses comédies profanes et ses poèmes.

Et selon un historien,

En 1531, l’érudit vénitien Jérôme Aléandre, ancien nonce devenu le persécuteur en chef d’Erasme pour la curie romaine, se montre fort bien informé sur la situation. Il regrette que Lefèvre reste sous l’influence de son ancien disciple Gérard Roussel, évêque d’Oloron.

L’ambition des conservateurs romains et français était alors de convaincre Lefèvre d’écrire une rétractation de ses erreurs et de se rendre à Rome pour obtenir sa pleine réintégration au sein de l’Église romaine.

Il n’en fut pas ainsi. Si Lefèvre ne pouvait plus afficher publiquement ses choix spirituels, il restait proche des positions de ses disciples Roussel et Marguerite qui, pendant tout le règne de François Ier, même après l’affaire des Placards, ne cessèrent de soutenir une troisième voie entre Rome et Genève. En 1534, Briçonnet meurt au château d’Esmans, près de Montereau-Fault-Yonne.

Conclusion

La Sainte Bible, édition en français, publié par Lefèvre d’Etaples à Anvers en 1525.

La traduction de La Sainte Bible par Lefèvre, basée sur le texte de la Vulgate, sera imprimée non pas en France, mais à Anvers en 1530.

Ce fut la première Bible en langue vernaculaire, qui servit de base à toutes les traductions françaises, modernes comprises.

Foyer de prédication, cet épicentre de l’humanisme chrétien que fut le Cénacle de Meaux, précurseur du « réformisme », eut une grande influence sur les humanistes et les écrivains de cette génération.

Marguerite protège François Rabelais (1483-1553) et l’encourage d’écrire Gargantua and Pantagruel. Ami de Rabelais, le célèbre poète Clément Marot, se met au service de Marguerite. Il est bientôt accusé d’hérésie et se réfugie à Nérac en 1535.

Henri IV.

Surnommée la « mère de la Renaissance », Marguerite de Navarre fut la mère de Jeanne d’Albret et donc la grand-mère d’Henri IV, le bon roi Henri qui, connaissant cette filiation intellectuelle et spirituelle, allait incarner cet idéal dans l’action.

C’est certainement en ayant à l’esprit l’œuvre du Cénacle de Meaux qu’il réussit, du moins en partie, à mettre fin aux guerres de Religions ravageant la France.

La paix inclusive qu’il organisa en France, basée sur la coïncidence des opposés théorisée par Nicolas de Cues, sera le modèle pour la Paix de Westphalie qui mit fin à la guerre de Trente Ans en 1648.

Bibliographie sommaire

  • ALONGE, Guillaume Jacques Lefèvre d’Étaples dans la crise religieuse du XVIe siècle, nord’ 2022/2 N° 80, pages 15 à 21, Éditions Société de Littérature du Nord.
  • BARNAUD, Jean
    — Jacques Lefèvre d’Etaples : la préparation, Etudes théologiques et religieuses, 11e année, N° 1, 1936.
    — Jacques Lefèvre d’Etaples, maître de philosophie, Etudes théologiques et religieuses, 11e année, N° 2, 1936.
    — Jacques Lefèvre d’Etaples (suite), Etudes théologiques et religieuses, 11e année, N° 3, 1936.
    — Jacques Lefèvre d’Etaples (suite et fin), Etudes théologiques et religieuses, 11e année, N° 4-5, 1936.
  • CHARLIER, Yvonne, Erasme et l’amitié, d’après sa correspondance, Editions Les Belles Lettres, Paris, 1977.
  • DE ROMILLY, Jacqueline, Cinq siècles d’hellénisme en France, Bulletin de l’Association Guillaume Budé, mars 1977.
  • EICHEL-LOJKINE, Patricia, Marguerite de Navarre, perle de la Renaissance, Perrin, Paris, 2021.
  • PERNOT, Jean-François, Jacques Lefèvre d’Etaples (1450 ? – 1536), Actes du colloque d’Etaples les 7 et 8 novembre 1992, Classiques Garnier, Paris, 1995.

NOTES:

  1. https://www.facinghistory.org/resource-library/agreement-catholic-church ↩︎
  2. file:///C:/Users/User/Desktop/alonge-2022-jacques-lefevre-detaples-dans-la-crise-religieuse-du-xvie-siecle.pdf ↩︎
  3. L’humanisme chrétien se différencie de « l’Humanisme séculier » (anti-religieux) et supposément « scientifique ». Une fois éliminé la dimension spirituelle, la dimension humaniste a fini également à la trappe. Julian Huxley, un des grands promoteurs de « l’humanisme séculier » a fini par inventer le terme « transhumaniste », une idéologie qu’il voyait capable de remplacer toutes les religions. Le millionnaire Jeffrey Epstein, tout comme les milliardaires Elon Musk, Larry Ellison et Peter Thiel en sont des adeptes. ↩︎
  4. file:///C:/Users/User/Desktop/Jacques%20LEtap/Romilly_Helle%CC%81nisme-France.pdf ↩︎
  5. Yvonne Charlier, Erasme et l’amitié, p. 100. https://books.openedition.org/pulg/3297 ↩︎
  6. Börje Knös, Un ambassadeur de l’hellénisme : Janus Lascaris et la tradition gréco-byzantine dans l’humanisme français, Uppsala, Almqvist & Wiksells, 1945. ↩︎
  7. Philippe. Monnier, Le Quattrocento. T. II, p. 82. ↩︎
  8. https://www.etudesheraultaises.fr/publi/evocation-de-guillaume-briconnet-eveque-de-lodeve-de-1489-a-1519/ ↩︎
  9. Heminjard, Correspondance des Réformateurs, t. I, p. 4, note. ↩︎
  10. https://theses.chartes.psl.eu/document/ENCPOS_1991_01 ↩︎
  11. Jonathan Reid, King’s Sister, Queen of Dissent : Marguerite de Navarre (1492-1549) and her Evangelical Network. Leyden, Brill, 2009 ; 2 vol. ↩︎
  12. Jean-Pierre Duteil. Marguerite de Navarre. Ellipses, 2021. hal-04186835. ↩︎
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Cyrus le Grand, l’Iran et le dialogue des civilisations

Détail d´un relief de la délégation Lydienne (Apadana, escalier Est) à Persépolis (Takht-e Jamshid), Iran.

Par Karel Vereycken

Représentation de Cyrus II le Grand.

Décryptons

Cyrus II (le Grand) est le fondateur de l’Empire perse achéménide, en 552 av. J.-C.

C’est sa prise de Babylone, en 539 av. J.-C., qui inaugure l’ère impériale de la Perse. En mettant fin à l’empire babylonien, jusque-là maître de l’Asie occidentale, Cyrus fonde un empire s’étendant de l’Inde à l’Est à Carthage à l’Ouest, et du Caucase et du Danube au Nord à l’Ethiopie au Sud.

Avec 5,5 millions de km2 de territoire, l’empire perse comptait environ 50 millions d’habitants, soit 40 % de la population mondiale.

L’empire perse est le premier en date des empires indo-européens. Avec ses 20 gouverneurs (satrapes) de provinces, son mode d’organisation décentralisé a parfois servi de modèle aux empires grec et romain, et évidemment à ceux des Anglo-Saxons, des Français, des Espagnols, etc.

L’acte fondateur de l’empire perse est la publication du célèbre « édit » du roi Cyrus, dont un exemplaire gravé en caractères cunéiformes sur un cylindre en terre cuite a été retrouvé à Babylone en 1879. Il est conservé au British Museum de Londres.

Le Cylindre de Cyrus au British Museum.

Cet édit est d’une valeur incomparable, puisqu’il constitue la première déclaration des droits de l’homme dans l’histoire de l’humanité. Par cet édit, Cyrus le Grand abolit le travail forcé et proclame solennellement l’égalité des droits pour tous les membres de l’empire, ainsi que la liberté de culte et de croyances pour tous les individus.

Que l’ambassade iranienne ait répondu de la sorte est donc très intéressant. Bien sûr, l’honneur de la grande civilisation iranienne se rit de l’ignorance crasse de l’administration Trump. Mais en même temps, en évoquant le cylindre de Cyrus, l’Iran, s’inspirant d’une conception supérieure, tend une perche pour une solution négociée et, implicitement, pour la possibilité d’un avenir de nouveau partagé.

Voyons pourquoi

  • Bien que les archéologues et les historiens spécialistes du Proche-Orient rejettent généralement ces interprétations comme anachroniques, le cylindre fut adopté comme symbole par le shah Mohammad Reza Pahlavi, qui l’a présenté comme la « première charte des droits de l’homme », puis exposé à Téhéran en 1971 pour célébrer le 2500e anniversaire de l’Empire iranien.
  • La même année, l’ONU l’a traduit dans toutes ses langues officielles et en a fait un précurseur de la Déclaration des droits de l’homme. Son retour à l’Iran en 2010 est considéré comme un grand événement commémoré dans la république islamique d’Iran, dont le président de l’époque, Mahmoud Ahmadinejad, en fait une source d’inspiration guidant le combat pour les opprimés. Trois ans plus tard, c’est cette fois-ci aux États-Unis que le cylindre est présenté et loué comme un symbole de liberté. Plus récemment, le 6 novembre 2025, la 43e Conférence générale de l’UNESCO a officiellement reconnu, à l’unanimité de ses États membres, le Cylindre de Cyrus (toujours considéré comme la première déclaration des droits de l’homme au monde) comme symbole mondial de liberté, de justice et de respect de la diversité culturelle.
  • Les relations entre Iraniens et Juifs remontent à l’Antiquité. L’un des épisodes les plus glorifiés par l’identité iranienne est la libération des Juifs de Babylone par… Cyrus II le Grand, geste consigné et gravé sur le fameux cylindre et preuve d’ouverture et de tolérance. La Bible donne d’ailleurs une interprétation très favorable du règne de Cyrus, que le livre d’Esdras présente comme celui qui a permis le « retour à Sion » du peuple juif, après sa captivité à Babylone.

La communauté juive en Iran est estimée aujourd’hui entre 8000 et 12 000 personnes, ce qui en fait la plus importante du Moyen-Orient après Israël, bien qu’en forte baisse depuis 1979 (environ 100 000 avant la révolution). Début avril, se laissant guidé par l’IA sans vérification humaine, Israël a bombardé la synagogue de Téhéran. L’armée israélienne a exprimé ses « regrets » pour les dégâts causés par cette frappe nocturne ayant visé selon elle « un haut commandant militaire » iranien.

Dialogue des civilisations

Évoquer le cylindre de Cyrus revient donc à tendre une perche : la perspective d’un dialogue inter-culturel, inter-religieux et inter-civilisationnel, posant les bases d’une solution pacifique à de nombreux conflits autrement insolubles, autant à l’intérieur du pays (avec les partisans d’un retour de la dynastie Pahlavi) qu’à l’extérieur (avec Israël, les chrétiens et l’Occident en général).

Depuis des millénaires au carrefour des Routes de la soie, l’ADN de la civilisation iranienne n’est pas le terrorisme et la déstabilisation, mais bien un combat pour la justice, le respect et l’ouverture aux autres.

Un an après les célébrations iraniennes du Cylindre de Cyrus, en 1971, le professeur autrichien Hans Köchler, président de l’International Progress Organization (IPO), fidèle ami et collaborateur de l’Institut Schiller et de sa fondatrice Helga Zepp-LaRouche, a pris sa plume pour proposer à l’UNESCO d’organiser

Durant des années, Hans Köchler, par d’innombrables présentations, conférences et colloques dans le monde entier, notamment en Iran, fera un travail exceptionnel pour populariser le concept, avant d’être repris et soutenu par l’Institut Schiller. Sous les auspices de la présidence autrichienne et sénégalaise, un grand colloque a eu lieu en 1974 à Innsbruck, en Autriche.

En 1997, en opposition à la théorie du « choc des civilisations », la thèse du géopoliticien Bernard Lewis vulgarisée par Samuel P. Huntington, le président iranien Mohammad Khatami placera le dialogue entre les civilisations au cœur de son mandat. C’est sur sa suggestion que l’ONU, en 1998, déclara l’année 2001 comme « l’année du Dialogue entre civilisations ».

Le concept revient aujourd’hui sur la table. Saurons-nous nous mettre au diapason de l’ADN iranien ou resterons-nous à « l’âge de pierre » moral ?

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Cyrus the Great, Iran and the Dialogue of Civilizations

Detail of a relief of the eastern stairs of the Apadana at Persopolis (Takht-e Jamshid), Iran.

History

Cyrus II (the Great) was the founder of the Achaemenid Persian Empire in 552 BC. It was his capture of Babylon in 539 BC that inaugurated the imperial era of Persia. By ending the Babylonian empire, which had until then ruled Western Asia, Cyrus founded an empire stretching from India in the East to Carthage in the West, and from the Caucasus and the Danube in the North to Ethiopia in the South.

With 5.5 million km² of territory, the Persian Empire had approximately 50 million inhabitants, representing 40% of the world’s population. The Persian Empire is the earliest of the Indo-European empires.

With its 20 provincial governors (satraps), its decentralized mode of organization sometimes served as a model for the Greek and Roman empires, and obviously for those of the Anglo-Saxons, the French, the Spanish, etc.

The founding act of the Persian Empire was the publication of the famous « edict » of King Cyrus, a copy of which, engraved in cuneiform characters on a terracotta cylinder, was found in Babylon in 1879. It is kept in the British Museum in London.

Cyrus Cylinder in the British Museum.

This edict is of unparalleled value, as it constitutes the first declaration of human rights in human history. Through this edict, Cyrus the Great abolished forced labor and solemnly proclaimed equal rights for all members of the empire, as well as freedom of worship and belief for all individuals. The fact that the Iranian embassy responded in this way is therefore very interesting. Of course, the honor of Iran’s great civilization scoffs at the Trump administration’s blatant ignorance.

But at the same time, by invoking the Cyrus cylinder, Iran, drawing on a higher concept, extends an olive branch for a negotiated solution and, implicitly, for the possibility of a shared future once again.

Let’s see why

  • Although archaeologists and historians specializing in the Near East generally reject these interpretations as anachronistic, the cylinder was adopted as a symbol by Shah Mohammad Reza Pahlavi, who presented it as the « first charter of human rights, » and then exhibited in Tehran in 1971 to celebrate the 2500th anniversary of the Iranian Empire.
  • That same year, the UN translated it into all its official languages and recognized it as a precursor to the Universal Declaration of Human Rights. Its return to Iran in 2010 was a major event commemorated in the Islamic Republic of Iran, where then-President Mahmoud Ahmadinejad cited it as a source of inspiration guiding the struggle for the oppressed. Three years later, the cylinder was presented and praised in the United States as a symbol of freedom. More recently, on November 6, 2025, the 43rd UNESCO General Conference unanimously recognized the Cyrus Cylinder (still considered the world’s first declaration of human rights) as a global symbol of freedom, justice, and respect for cultural diversity.
  • Relations between Iranians and Jews date back to antiquity. One of the episodes most celebrated in Iranian identity is the liberation of the Jews from Babylon by Cyrus the Great, an act recorded and engraved on the famous cylinder seal, a testament to openness and tolerance. The Bible, moreover, offers a very favorable interpretation of Cyrus’s reign, which the Book of Ezra presents as the one that enabled the Jewish people’s « return to Zion » after their captivity in Babylon. The Jewish community in Iran is estimated today to number between 8,000 and 12,000 people, making it the largest in the Middle East after Israel, although its numbers have declined sharply since 1979 (around 100,000 before the revolution). In early April, guided by AI without human verification, Israel bombed the Tehran synagogue. The Israeli army expressed its « regret » for the damage caused by this nighttime strike, which it claimed targeted a « senior Iranian military commander. »

Dialogue of Civilizations

To evoke the Cyrus cylinder is therefore to extend, from a higher standpoint, an olive branch: the prospect of an intercultural, inter-religious and inter-civilizational dialogue, laying the foundations for a peaceful solution to many otherwise insoluble conflicts, both within the country (with the supporters of a return of the Pahlavi dynasty) and outside (with Israel, Christians and the West in general).

For millennia at the crossroads of the Silk Roads, the DNA of Iranian civilization has not been terrorism and destabilization, but rather a fight for justice, respect and openness to others.

One year after the Iranian celebrations of the Cyrus Cylinder, in 1971, the Austrian professor Hans Köchler, president of the International Progress Organization (IPO), a close friend and collaborator of the Schiller Institute and its founder Helga Zepp-LaRouche, took up his pen to propose to UNESCO the organization of

For years, Hans Köchler, through countless presentations, lectures, and symposia worldwide, particularly in Iran, did exceptional work to popularize the concept, before it was taken up and supported by the Schiller Institute.

Under the auspices of the Austrian and Senegalese presidencies, a major symposium was held in 1974 in Innsbruck, Austria. In 1997, in opposition to the « Clash of Civilizations » theory, the thesis of geopolitician Bernard Lewis popularized by Samuel P. Huntington, Iranian President Mohammad Khatami placed dialogue between civilizations at the heart of his mandate. It was at his suggestion that the UN, in 1998, declared 2001 the « Year of Dialogue Among Civilizations. »

The concept is back on the table today. Will we be able to adapt to the Iranian DNA or will we remain in the moral « Stone Age »?

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