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Karel Vereycken:以悖论式隐喻,显现无形之物


Posted on by Jonathan Hale
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在一个充斥着浮光掠影与浅显直白的世界里,有这样一位艺术家,他致力于挖掘更深层的真理,将无形之物引入可见之境。Karel Vereycken 正是这样一位艺术家。他是一位版画家,其艺术之旅始于比利时的历史名城安特卫普,如今在法国的阿尔让特伊绽放光彩。他的作品超越了单纯的再现,通过精心构建的悖论式隐喻,深入探究人类经验的复杂织锦。Vereycken 的艺术不仅供人观赏,更是一场深刻对话的邀约,一场对塑造我们生活的无形力量的沉思。

Karel Vereycken 于1957年出生于安特卫普,他的艺术之路并非坦途,而是一场由际遇和内在驱动力共同塑造的丰富探索。他的父母在港口与船舶维修行业的背景下艰难谋生,但他们认识到文化熏陶对孩子成长的重要性。Vereycken 早年曾短暂学习音乐,后因刻板的教学方法而中断,转而进入一所社区绘画学校,正是这里为他未来的艺术生涯播下了种子。在雕塑家 Herman Cornelis 的指导下,他学会了观察与复制的力量,这位老师采用的是一种亲身实践、凭直觉教学的方式。十二岁时,他迎来了人生的一个关键时刻——赢得了他的第一个艺术奖项。这份认可,加上老师对他“宝贵天赋”的肯定,促使他接受更正规的训练。在母亲的鼓励下,他进入布鲁塞尔的圣卢克学院,沉浸在造型艺术的学习中。在这里,通过对解剖学以及达芬奇和阿尔布雷希特·丢勒等大师作品的严谨研究,他为理解形式与表达奠定了坚实的基础。随后,他在皇家美术学院继续深造,以“优异”的成绩获得了铜版画专业的结业证书,进一步巩固了他对技艺掌握的执着追求。
之后移居巴黎的时期,Vereycken 参与了多样的活动。他最初为一家非商业出版物从事新闻和编辑工作,但艺术的呼唤始终萦绕心头。他回归其艺术本源,起初探索古代绘画技术,使用手工制作的蛋彩和传统的油画技法重现古典大师的作品。这段时期虽然在技术探索上收获颇丰,但在展览方面却充满挑战,因为这些作品在他有机会展出之前就已被人收藏。这促使他重新将注意力转向水彩和精细的蚀刻版画工艺,这些媒介后来成为他创作实践的核心。
他持续参与法国的蚀刻版画社群,这体现了他对磨练技艺的不懈追求。作为法国国家版画联合会的成员,Vereycken 在 Atelier63 工作室提升了他的技术实力,并在丹麦版画家 Bo Halbirk 创立的蒙特勒伊印刷工作坊进一步完善了他的工艺。这段从安特卫普充满活力的街道到布鲁塞尔和巴黎艺术中心的旅程,彰显了他对卓越的终生追求,以及对艺术创作不朽力量的根深蒂固的热情。
“Sublimart”:悖论式隐喻的艺术

Vereycken 的艺术创作可以用他自创的术语“sublimart”来最好地描述——一个融合了“sublime”(崇高)与“art”(艺术)的词。这个新词概括了他独特的创作手法:运用悖论式隐喻,将灵魂提升至崇高境界的具象艺术。他的作品无关乎肤浅的美或直白的叙事,而是构建视觉上的悖论,以此作为通往更深层次理解的大门。正如他言简意赅地指出的,“让无形可见”是他创作背后的驱动力。他实现这一目标并非通过传统的象征主义或直接的描绘,而是将迥异的元素编织在一起,以此挑战观者的感知,激发深入的思考。
他主要运用的材料和技术——蚀刻、绘画、油画和水彩——都经过了审慎的选择。蚀刻版画,凭借其固有的精确性与错综复杂的线条表现力,尤其适合他探索层层递进的意义。蚀刻的过程需要耐心与审慎的行动,这与其观念性隐喻的深思熟虑的构建过程如出一辙。他对古典技术的执着,结合现代的感性,使其具象作品充满了深刻的情感与智识共鸣。每一件作品都是形式与观念之间精心编排的对话,邀请观者踏上一段个人的发现之旅。
Vereycken 作品的主题基础并非刻意为之,而是从他与世界的互动及艺术探索中自然生发。他希望“通过向人们展示,没有什么比‘古典’艺术更‘现代’、更‘革命’,从而震撼他们”。然而,他对古典艺术的定义远非僵化或学院派。对 Vereycken 而言,它代表着一种“基于非犬儒、具解放性、充满反讽与诗意隐喻的构图科学”。他相信,这些隐喻是所有艺术形式(无论是视觉艺术还是音乐)的根本关键。他的方法植根于这样一种理解:艺术是艺术家赠予观者的深刻“礼物”,是一种促进联结和共享体验的爱的行动。
艺术启迪的愿景

Karel Vereycken 的艺术事业充满了深刻的使命感,远不止于创作赏心悦目的物品。他将自己的工作视为一种“教学活动”,一场“人文主义思想游击战”,旨在唤醒观者,让他们感知到新的维度。虽然他承认销售对于推进其艺术事业的重要性,但他最终的动机并非迎合大众品味,而是促进与观者更深层次的联结。他努力使艺术成为一扇“窗户”,通往人们凭直觉认为重要却往往无法触及的领域。
他致力于分享自己的知识和热情,这充分体现了他对这一愿景的承诺。他曾在巴黎卢浮宫、安特卫普、布鲁塞尔或法兰克福的博物馆、米兰的布雷拉美术馆、柏林的画廊以及纽约大都会艺术博物馆等主要艺术机构举办过多次导览。这些沉浸式体验已被记录下来,部分录音可在他的网站上获取,让更广泛的受众能从他的见解中受益。他收到的由衷感谢,许多人表示惊讶于思想竟能通过绘画如此深刻地传达,这突显了他教学方法的影响力。
展望未来,Vereycken 的发展轨迹依然以积极参与和扩大其影响力的愿望为标志。他的作品曾在纽约的 ARTEXPO 和巴黎卢浮宫卡鲁塞尔厅的 ARTSHOPPING 以数字形式展出,他持续活跃于当代艺术平台。在赢得“蒙娜丽莎奖”并随后在巴黎的 Galerie Mona Lisa 举办展览之后,他的重心仍然是分享他那具有变革力量的艺术。即将在萨尔瓦多为 SUMARTE 2026 举办展览的计划,标志着他的国际抱负以及让全球观众接触到他独特视角的持续承诺。他正在进行的作品,如概念丰富的《天堂阶梯》,展示了他对融合多元视觉灵感——在此例中是中国黄山的风光与佛兰德的风景画传统——的持续探索,旨在为人类旅程打造强有力的隐喻。
Karel Vereycken 的艺术证明了求知欲、精湛技艺以及对艺术启迪人类精神能力的深刻信念所具有的持久力量。通过创造悖论式的隐喻,他邀请我们超越表象,去探寻塑造我们存在的无形意义之流。他的作品有力地提醒我们,真正的艺术性不仅在于所见之物,更在于所感、所悟,并最终被揭示的一切。
欲联系 Karel Vereycken 并探索其引人入胜的作品,请访问他的网站及社交媒体平台:
- 网站: https://artkarel.com/
- Instagram: https://www.instagram.com/karelvereycken/
- Facebook: https://www.facebook.com/karel.vereycken/
- Manifestampe 个人资料: https://www.manifestampe.org/utilisateur/karel-vereycken/profil
- 《当代艺术策展人杂志》访谈: https://www.contemporaryartcuratormagazine.com/home-2/karel-vereycken-interview
Karel Vereycken: Creare metafore paradossali per svelare l’invisibile


Posted on by Jonathan Hale
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In un mondo spesso saturo dell’immediato e dell’ovvio, esiste un artista dedito a scavare alla ricerca di verità più profonde, a traghettare l’intangibile nel regno del visibile. Karel Vereycken, incisore il cui percorso è iniziato nella storica città di Anversa, in Belgio, e che oggi fiorisce ad Argenteuil, in Francia, è uno di questi artisti. La sua opera trascende la mera rappresentazione, addentrandosi nella complessa trama dell’esperienza umana attraverso metafore paradossali meticolosamente elaborate. L’arte di Vereycken non è fatta semplicemente per essere osservata; è un invito a un dialogo profondo, una contemplazione delle forze invisibili che modellano le nostre vite.

Nato ad Anversa nel 1957, il percorso artistico di Karel Vereycken non è stato una linea retta, ma una ricca esplorazione modellata tanto dalle circostanze quanto da una spinta innata. I suoi genitori, che lavoravano nell’industria portuale e delle riparazioni navali, riconobbero l’importanza di un arricchimento culturale per i loro figli. Un primo approccio alla musica, interrotto da un metodo di insegnamento troppo rigido, lo portò a una scuola di disegno popolare, e fu qui che vennero gettati i semi del suo futuro artistico. Sotto la guida di Herman Cornelis, uno scultore dall’approccio pratico e intuitivo, Vereycken imparò il potere dell’osservazione e della riproduzione. Un momento cruciale arrivò all’età di dodici anni, quando vinse il suo primo premio d’arte. Questo riconoscimento, unito alla convinzione del suo insegnante che possedesse un “talento prezioso”, lo spinse verso una formazione più accademica. L’incoraggiamento della madre lo condusse all’Institut Saint-Luc di Bruxelles, dove si immerse nelle Arti Plastiche. Qui, lo studio rigoroso dell’anatomia e delle opere di maestri come Leonardo da Vinci e Albrecht Dürer gli fornì una comprensione fondamentale della forma e dell’espressione. La sua dedizione alla maestria si consolidò ulteriormente all’Académie Royale des Beaux-Arts, dove ottenne un certificato di passaggio in incisione su rame “con lode”.
Il successivo trasferimento a Parigi segnò un periodo di impegni diversificati. Inizialmente, Vereycken si dedicò al giornalismo e all’editing per una pubblicazione non-profit, ma il richiamo dell’arte rimase insistente. Tornò così alle sue radici artistiche, esplorando inizialmente le antiche tecniche pittoriche e ricreando le opere dei grandi maestri con la tempera all’uovo preparata a mano e i metodi tradizionali a olio. Questo periodo, sebbene arricchente per la scoperta tecnica, si rivelò difficile dal punto di vista espositivo, poiché le opere trovavano nuovi acquirenti prima che potesse presentarle al pubblico. Ciò lo portò a concentrarsi nuovamente sull’acquerello e sulla meticolosa arte dell’acquaforte, mezzi espressivi che sarebbero diventati centrali nella sua pratica.
Il suo costante impegno nel perfezionare le proprie abilità è evidente nel suo continuo dialogo con la comunità dell’incisione in Francia. Come membro della Fédération nationale de l’estampe, Vereycken ha affinato la sua abilità tecnica presso l’Atelier63 e ha ulteriormente perfezionato la sua arte nel laboratorio di stampa di Montreuil, fondato dall’incisore danese Bo Halbirk. Questo viaggio, dalle vibranti strade di Anversa ai poli artistici di Bruxelles e Parigi, sottolinea una ricerca dell’eccellenza durata tutta la vita e una passione radicata per il potere intramontabile della creazione artistica.
“Sublimart”: l’arte della metafora paradossale

La produzione artistica di Vereycken è descritta al meglio dal termine da lui coniato, “sublimart”, una fusione di “sublime” e “arte”. Questo neologismo racchiude il suo approccio unico: un’arte figurativa che impiega metafore paradossali per elevare l’anima a un livello sublime. La sua opera non riguarda la bellezza superficiale o la narrazione diretta, ma la costruzione di paradossi visivi che fungono da portali verso una comprensione più profonda. “Rendere visibile l’invisibile”, come lui stesso afferma sinteticamente, è la forza motrice delle sue creazioni. Raggiunge questo obiettivo non attraverso un simbolismo convenzionale o una rappresentazione diretta, ma intrecciando elementi disparati in un modo che sfida la percezione e stimola la contemplazione.
I materiali e le tecniche che utilizza principalmente – acquaforte, pittura, olio e acquerello – sono impiegati con mano sapiente. L’acquaforte, con la sua precisione intrinseca e le linee complesse che consente di tracciare, è particolarmente adatta alla sua esplorazione di significati stratificati. Il processo dell’acquaforte richiede pazienza e un’azione deliberata, rispecchiando la costruzione ponderata delle sue metafore concettuali. La sua dedizione alle tecniche classiche, unita a una sensibilità moderna, gli permette di infondere nelle sue opere figurative una profonda risonanza emotiva e intellettuale. Ogni opera è un dialogo accuratamente orchestrato tra forma e concetto, che invita lo spettatore a intraprendere un personale viaggio di scoperta.
I fondamenti tematici del lavoro di Vereycken non sono perseguiti consapevolmente, ma emergono piuttosto in modo organico dal suo confronto con il mondo e dalle sue esplorazioni artistiche. Cerca di “scioccare il pubblico mostrando che nulla è più ‘moderno’ e ‘rivoluzionario’ dell’arte ‘classica’”. Tuttavia, la sua definizione di arte classica è tutt’altro che rigida o accademica. Per Vereycken, essa rappresenta una “scienza della composizione basata su metafore non ciniche, liberatorie, ironiche e poetiche”. Queste metafore, a suo avviso, sono le chiavi fondamentali di ogni forma d’arte, sia essa visiva o musicale. Il suo approccio si fonda sulla comprensione che l’arte è un “dono” profondo dell’artista allo spettatore, un atto d’amore che promuove la connessione e l’esperienza condivisa.
Una visione di illuminazione artistica

Gli sforzi artistici di Karel Vereycken sono intrisi di un profondo senso di scopo, che va oltre la creazione di oggetti esteticamente piacevoli. Considera il suo lavoro come una forma di “attività didattica”, una “guerriglia intellettuale umanistica” volta a risvegliare negli spettatori nuove dimensioni della percezione. Pur riconoscendo l’importanza delle vendite per portare avanti la sua ricerca artistica, la sua motivazione ultima non risiede nell’assecondare il gusto popolare, ma nel facilitare una connessione più profonda con lo spettatore. Si sforza di rendere l’arte una “finestra” su mondi che le persone riconoscono intuitivamente come significativi, ma ai quali spesso è stato negato l’accesso.
Il suo impegno verso questa visione è esemplificato dai suoi sforzi per condividere la sua conoscenza e la sua passione. Ha condotto numerose visite guidate in importanti istituzioni artistiche come il Louvre di Parigi, i musei di Anversa, Bruxelles o Francoforte, la Pinacoteca di Brera a Milano, la Gemäldegalerie di Berlino e il Metropolitan Museum di New York. Queste esperienze immersive sono state documentate e alcune registrazioni audio sono disponibili sul suo sito web, permettendo a un pubblico più vasto di beneficiare delle sue intuizioni. La sincera gratitudine che ha ricevuto, con persone che hanno espresso il loro stupore per la profondità con cui le idee possono essere trasmesse attraverso la pittura, sottolinea l’impatto del suo approccio pedagogico.
Guardando al futuro, la traiettoria di Vereycken continua a essere segnata da una partecipazione attiva e dal desiderio di ampliare il proprio raggio d’azione. Dopo essere stato presentato in formato digitale ad ARTEXPO a New York e ad ARTSHOPPING al Carrousel du Louvre a Parigi, continua a essere attivo sulle piattaforme dell’arte contemporanea. Dopo la vittoria del “Premio Monna Lisa” e la successiva mostra alla Galerie Mona Lisa di Parigi, il suo obiettivo rimane quello di condividere la sua arte trasformativa. La prospettiva di una mostra in El Salvador per SUMARTE 2026 testimonia le sue aspirazioni internazionali e un impegno costante nel rendere la sua prospettiva unica accessibile a un pubblico globale. Il suo lavoro attuale, come l’opera concettualmente ricca “Stairway to Heaven”, dimostra la sua continua esplorazione nel coniugare diverse ispirazioni visive – in questo caso, i paesaggi delle Montagne Gialle cinesi con la tradizione paesaggistica fiamminga – per creare potenti metafore del viaggio umano.
L’arte di Karel Vereycken è una testimonianza del potere intramontabile della curiosità intellettuale, della maestria tecnica e di una profonda fiducia nella capacità dell’arte di illuminare lo spirito umano. Attraverso la creazione di metafore paradossali, ci invita a guardare oltre la superficie, a entrare in contatto con le correnti invisibili di significato che modellano la nostra esistenza. La sua opera è un promemoria essenziale del fatto che la vera maestria artistica non risiede solo in ciò che si vede, ma in ciò che si sente, si comprende e, infine, si svela.
Per entrare in contatto con Karel Vereycken ed esplorare il suo affascinante lavoro, visitate il suo sito web e i suoi canali social:
- Sito web: https://artkarel.com/
- Instagram: https://www.instagram.com/karelvereycken/
- Facebook: https://www.facebook.com/karel.vereycken/
- Profilo Manifestampe: https://www.manifestampe.org/utilisateur/karel-vereycken/profil
- Intervista su Contemporary Art Curator Magazine: https://www.contemporaryartcuratormagazine.com/home-2/karel-vereycken-interview
Argenteuil, le parc des Impressionistes



Karel Vereycken awarded by FineArtsNews

On May 25, 2026, Franco-Belgian painter engraver and arthistorian Karel Vereycken was awarded a certificate by FineArtsNews, « in recognition of being featured as a spotlight artist on FineArtsNews. This distinction celebrates your exceptional talent, artistic vision, and significant contribution to the contemporary art community. »
Karel Vereycken featured on FineArtsNews.com


Karel Vereycken: Crafting Paradoxical Metaphors to Reveal the Invisible
Franco-Belgian painter engraver Karel Vereycken is now featured on FineArtsNews.com!
This amazing opportunity was made possible through Culturale Lab (@culturalelab @culturalelab_art), a platform dedicated to supporting and promoting contemporary artists worldwide.
His story has been published on FineArtsNews.com, a respected international publication covering fine arts, museum exhibitions, and the global art scene.
« It’s an incredible honor to have my work and artistic journey showcased to art collectors, gallery professionals, museum curators, and fine art lovers worldwide, » said Vereycken. « This feature explores my creative process, inspirations, and recent works. I’m grateful for this opportunity to connect with art lovers and collectors around the world. »
Read the full article:
https://fineartsnews.com/2026/04/karel-vereycken-crafting-paradoxical-metaphors-to-reveal-the-invisible/

Karel Vereycken: Crafting Paradoxical Metaphors to Reveal the Invisible
Posted on by Jonathan Hale

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In a world often saturated with the immediate and the obvious, there exists an artist dedicated to excavating deeper truths, coaxing the intangible into the realm of the visible. Karel Vereycken, an engraver whose journey began in the storied city of Antwerp, Belgium, and now flourishes in Argenteuil, France, is such an artist. His work transcends mere representation, delving into the complex tapestry of human experience through meticulously crafted paradoxical metaphors. Vereycken’s art is not simply to be observed; it is an invitation to a profound dialogue, a contemplation of the unseen forces that shape our lives.
A Foundation Forged in Curiosity and Discipline

Born in Antwerp in 1957, Karel Vereycken’s artistic path was not a straight line but a rich exploration shaped by both circumstance and innate drive. His parents, who navigated the challenges of a port and ship repair industry background, recognized the importance of cultural enrichment for their children. While an early foray into music, cut short by a rigid teaching method, led him to a communal drawing school, it was here that the seeds of his artistic future were sown. Under the tutelage of Herman Cornelis, a sculptor with a hands-on, intuitive approach, Vereycken learned the power of observation and replication. A pivotal moment arrived at the age of twelve when he secured his first art prize. This recognition, coupled with his teacher’s conviction of his “precious talent,” propelled him towards more formal training. His mother’s encouragement led him to the Institut Saint-Luc in Brussels, where he immersed himself in Plastic Arts. Here, the rigorous study of anatomy and the works of masters like Leonardo da Vinci and Albrecht Dürer provided a foundational understanding of form and expression. His dedication to mastery further solidified at the Académie Royale des Beaux-Arts, where he earned a certificate of passage in copper engraving “with distinction.”
The subsequent move to Paris marked a period of diverse engagement. Vereycken initially pursued journalism and editing for a non-commercial publication, but the call of art remained insistent. He returned to his artistic roots, initially exploring ancient painting techniques, recreating the works of old masters using hand-made egg tempera and traditional oil methods. This period, while enriching in its technical discovery, proved challenging in terms of exhibition, as the works found new homes before he could present them. This led to a renewed focus on watercolors and the meticulous craft of etching, mediums that would become central to his practice.
His ongoing commitment to honing his skills is evident in his continued engagement with the etching community in France. As a member of the Fédération nationale de l’estampe, Vereycken refined his technical prowess at Atelier63 and further perfected his craft at the Montreuil printing workshop founded by the Danish engraver Bo Halbirk. This journey, from the vibrant streets of Antwerp to the artistic hubs of Brussels and Paris, underscores a lifelong pursuit of excellence and a deep-seated passion for the enduring power of artistic creation.
“Sublimart”: The Art of Paradoxical Metaphor

Vereycken’s artistic output is best described by his coined term, “sublimart”—a fusion of “sublime” and “art.” This neologism encapsulates his unique approach: figurative art that employs paradoxical metaphors to elevate the soul to a sublime level. His work is not about superficial beauty or direct narrative, but about constructing visual paradoxes that act as gateways to deeper understanding. “Making visible the invisible,” as he succinctly puts it, is the driving force behind his creations. He achieves this not through conventional symbolism or straightforward depiction, but by weaving together disparate elements in a way that challenges perception and sparks contemplation.
The materials and techniques he primarily utilizes – etching, painting, oil, and watercolor – are employed with a discerning hand. Etching, with its inherent precision and the intricate lines it allows, is particularly suited to his exploration of layered meaning. The process of etching demands patience and deliberate action, mirroring the thoughtful construction of his conceptual metaphors. His dedication to classical techniques, combined with a modern sensibility, allows him to imbue his figurative works with a profound emotional and intellectual resonance. Each piece is a carefully orchestrated dialogue between form and concept, inviting the viewer to embark on a personal journey of discovery.
The thematic underpinnings of Vereycken’s work are not consciously pursued but rather emerge organically from his engagement with the world and his artistic explorations. He seeks to “shock people by showing them that nothing is more ‘modern’ and ‘revolutionary’ than ‘classical’ art.” However, his definition of classical art is far from rigid or academic. For Vereycken, it represents a “science of composition based on non-cynical, liberating, ironical, poetical metaphors.” These metaphors, he believes, are the fundamental keys to all forms of art, whether visual or musical. His approach is rooted in the understanding that art is a profound “gift” from the artist to the viewer, an act of love that fosters connection and shared experience.
A Vision of Artistic Enlightenment

Karel Vereycken’s artistic endeavors are imbued with a profound sense of purpose, extending beyond the creation of aesthetically pleasing objects. He views his work as a form of “teaching activity,” a “humanistic intellectual guerrilla warfare” aimed at awakening viewers to new dimensions of perception. While he acknowledges the importance of sales for furthering his artistic endeavors, his ultimate motivation lies not in pandering to popular taste but in facilitating a deeper connection with the viewer. He strives to make art a “window” to realms that people intuitively recognize as significant but have often been denied access to.
His commitment to this vision is exemplified by his efforts to share his knowledge and passion. He has led numerous guided tours of major art institutions like the Louvre in Paris, the Museums of Antwerp, Brussels or Frankfurt, the Brera in Milan, the Gemäldegalerie in Berlin and the Metropolitan Museum in New York. These immersive experiences have been documented, with some audio recordings available on his website, allowing a wider audience to benefit from his insights. The heartfelt gratitude he has received, with individuals expressing their astonishment at how deeply ideas can be conveyed through paintings, underscores the impact of his pedagogical approach.
Looking ahead, Vereycken’s trajectory continues to be marked by active participation and a desire to broaden his reach. Having been digitally showcased at ARTEXPO in New York and ARTSHOPPING at the Carrousel du Louvre in Paris, he remains engaged with contemporary art platforms. Following his “Mona Lisa Prize” win and subsequent exhibition at Galerie Mona Lisa in Paris, his focus remains on sharing his transformative art. The prospect of an exhibition in El Salvador for SUMARTE 2026 signals his international aspirations and a continued commitment to making his unique perspective accessible to a global audience. His ongoing work, such as the conceptually rich “Stairway to Heaven,” demonstrates his continued exploration of marrying diverse visual inspirations—in this instance, the landscapes of China’s Yellow Mountains with Flemish landscape traditions—to craft potent metaphors for the human journey.
Karel Vereycken’s art is a testament to the enduring power of intellectual curiosity, technical mastery, and a profound belief in the capacity of art to illuminate the human spirit. Through his creation of paradoxical metaphors, he invites us to look beyond the surface, to engage with the invisible currents of meaning that shape our existence. His work is a vital reminder that true artistry lies not just in what is seen, but in what is felt, understood, and ultimately, revealed.
To connect with Karel Vereycken and explore his captivating work, please visit his website and social media platforms:
- Website: https://artkarel.com/
- Instagram: https://www.instagram.com/karelvereycken/
- Facebook: https://www.facebook.com/karel.vereycken/
- Manifestampe Profile: https://www.manifestampe.org/utilisateur/karel-vereycken/profil
- Contemporary Art Curator Magazine Interview: https://www.contemporaryartcuratormagazine.com/home-2/karel-vereycken-interview
Karel Vereycken webpage at Circle Foundation for the Arts

On April 20, 2026, Franco-Belgian painter engraver Karel Vereycken became a member of the Circle Foundation for the Arts (CFA).
In this new capacity of a « Circle Artist » he could open a permanent dedicated webpage on the CFA website, an additional window increasing the artists overall visibility and reach-out.
https://circle-arts.com/member/karel-vereycken/
Thanks for that !

Karel Vereycken awarded Honorable Mention in 14th Open Art Competition


In April 2026, Karel Vereycken‘s watercolor « The Crab » obtained an « Honorable Mention » at 14th « Open » International Juried Art Contest of Teravarna.
Karel Vereycken featured in ART LOVERS Magazine



The outstanding and beautiful International Art Lovers Magazine (ARTLO), published in Spain, in its March-April issue N° 6, 2026, offers a two page feature article on Franco Belgian painter engraver and historian Karel Vereycken.
ARTLO identifies itself as « a group of people who are passionate about art – true art lovers who are enthusiastic about everything we do in the creative world. We love discovering emerging artists and being part of a community where art is a way of life ».
ARTLO Magazine clearly offers rich in depth articles allowing a remarkably high level and much needed debate on both « classical » and « modern » art.
You can order, in the coming days, your own print copy, via this link.
Karel Vereycken gets finalist award for Botanicals Art Exhibit

On Feb. 28, Franco-Belgian Painter engraver Karel Vereycken was informed that he got a Finalist award and that his work was « accepted for the ‘Botanicals’ art exhibition. »
Karel’s artwork will be included in the online exhibition of The Art Room Gallery which can be visited here:
http://www.artroomgalleryonline.com/current_exhibition.html


Karel Vereycken wins Honorable Mention in Flower Art Contest




On Feb. 24, 2026, Franco-Belgian painter, engraver and historian Karel Vereycken got informed he was awarded an Honorable Mention for the 2026 International Juried Art Competion « 11th Flower » of Teravarna.
The works of the winners can be seen online HERE.
The illusion of the Self

Abbaye de Vallemagne, 2025


Abbaye de Vallemagne




Kasteel van Rumbeke

Suggestions d’encadrements:


Abbaye de Fontfroide



Argenteuil, parc de la bourse du Travail


Avec le peintre James Ensor, arrachons le masque à l’oligarchie !
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James Ensor est né le 13 avril 1860 dans une famille de la petite-bourgeoisie d’Ostende en Belgique. Son père, James Frederic Ensor, un ingénieur raté anglais anti-conformiste, sombre dans l’alcoolisme et l’héroïne.
Sa mère, Maria Catherina Haegheman, belge flamande, qui n’encourage guère sa vocation artistique, tient un magasin de souvenirs, coquillages, chinoiseries, verroteries, animaux empaillés et masques de carnaval, des artefacts qui peupleront l’imagination du peintre.
Esprit pétillant, James se passionne pour la politique, la littérature et la poésie. Un jour, commentant sa naissance lors d’un banquet offert en son honneur, il dira :
« Je suis né à Ostende un vendredi, jour de Vénus [déesse de la Paix]. Eh bien ! chers amis, Vénus, dès l’aube de ma naissance, vint à moi souriante et nous nous regardâmes longuement dans les yeux. Ah ! les beaux yeux pers et verts, les longs cheveux couleur de sable. Vénus était blonde et belle, toute barbouillée d’écume, elle fleurait bon la mer salée. Bien vite je la peignis, car elle mordait mes pinceaux, bouffait mes couleurs, convoitait mes coquilles peintes, elle courait sur mes nacres, s’oubliait dans mes conques, salivait sur mes brosses.«
Après une première initiation aux techniques artistiques à l’Académie d’Ostende, il débarque à Bruxelles chez son demi-frère Théo Hannon pour y poursuivre ses études à l’Académie des Beaux Arts. En compagnie de Théo, il est introduit dans les cercles bourgeois de libéraux de gauche qui fleurissent en périphérie de l’Université libre de Bruxelles (ULB).
Chez Ernest Rousseau, professeur à l’Université libre de Bruxelles, dont il deviendra recteur, Ensor découvre les enjeux de la lutte politique. Madame Rousseau est microbiologiste, passionnée d’insectes, de champignons et… d’art. Les Rousseau tiennent salon, rue Vautier à Bruxelles, près de l’atelier d’Antoine Wiertz et de l’Institut royal des Sciences naturelles de Belgique. Rendez-vous privilégié pour les artistes, les libres penseurs et autres esprits influents. Ensor y rencontre Félicien Rops et son beau-fils Eugène Demolder, mais aussi peut-être l’écrivain et critique d’art Joris-Karel Huysmans ainsi que l’anarchiste communard et géographe français Elisée Reclus.
De retour à Ostende, Ensor installe son atelier dans la maison familiale où il réalise ses premiers chefs-d’œuvre, portraits empreints de réalisme et paysages inspirés par l’impressionnisme.
Aux pays des couleurs
« La vie n’est qu’une palpitation ! », s’écrie Ensor. Ses nuages sont des masses grises, or et azur au-dessus d’une ligne de toits. Sa Dame au brise-lames (1880) est prise dans un glacis de gris et de nacre, au bout de la jetée.
Ensor est un chef d’orchestre se servant de couteaux et de pinceaux pour étaler la peinture en couches fines ou épaisses et ajouter par-ci par-là des accents pâteux.

Son génie prend tout son envol dans son tableau La Mangeuse d’huîtres (1882). Même si l’ensemble a l’air de dégager une certaine tranquillité, il peint en réalité une gigantesque nature morte qui semble avoir avalé sa sœur cadette Mitche.
L’artiste baptise d’abord le tableau Au pays des couleurs, plus abstrait que La Mangeuse d’huîtres, puisque ce sont bien les couleurs qui jouent le rôle principal dans la composition.
Nacres des coquillages, blanc bleuâtre de la nappe, reflets des verres et bouteilles, tout est dans la variation, tant dans l’élaboration que dans les tonalités de couleur. Ensor conserve l’approche classique : il utilise toujours des sous-couches tandis que les impressionnistes appliquent la peinture directement sur la toile blanche. Les pigments dont il se sert sont également très traditionnels : rouge vermillon, blanc de plomb, terre brune, bleu de cobalt, bleu de Prusse et outremer synthétique. Le jaune chrome de La Mangeuse d’huîtres fait exception. L’intensité de ce pigment est bien plus élevée que celle du jaune de Naples plus pâle qu’il utilisait auparavant. Mais ses couleurs, qu’il utilise souvent de manière pure au lieu de les mélanger, sont bien plus claires que celles des anciens.
L’écrivain Emile Verhaeren, qui écrira plus tard la première monographie du peintre, contemple La Mangeuse d’huîtres et s’exclame : « C’est la première toile réellement lumineuse ».
Epoustouflé, il souhaite mettre en avant Ensor comme le grand innovateur de l’art belge. Mais les avis ne sont pas unanimes. La critique n’est pas tendre : les couleurs sont trop criardes et l’œuvre est peinte de manière négligée.
De plus, il est immoral de peindre « un sujet de second rang » (En monarchie, il n’existe pas de citoyens, seulement des « sujets », une femme ne faisant pas partie de l’aristocratie) dans de telles dimensions – 207 cm sur 150 cm. Par la vue plongeante, librement appliquée, on a l’impression que tout dans le tableau va déborder de son cadre.
Le Salon d’Anvers, qui expose le meilleur de l’art actuel, refuse l’œuvre en 1882. Même les anciens compères bruxellois de L’Essor refusent La Mangeuse d’huîtres un an plus tard.
Le groupe des XX

C’est ainsi qu’en Belgique, la révolution artistique de 1884 démarrera par une phrase lancée par un membre du jury officiel : « Qu’ils exposent chez eux ! » avait-il clamé, refusant les toiles de deux ou trois peintres ; c’est donc ce qu’ils firent, en exposant chez eux, dans des « salons citoyens », ou en créant leur propres associations culturelles.
C’est dans ce contexte que Octave Maus et Ensor créeront à Bruxelles le « groupe des XX », cercle artistique d’avant-garde.
Parmi les « vingtistes » du début, outre Ensor, on trouve Fernand Khnopff, Jef Lambeaux, Paul Signac, George Minne et Théo Van Rysselberghe.
Parmi les artistes invités à venir exposer leurs œuvres à Bruxelles, de grands noms tels que Ferdinand Rops, Auguste Rodin, Camille Pissarro, Claude Monet, Georges Seurat, Gustave Caillebotte, Henri de Toulouse-Lautrec, etc.
C’est donc seulement en 1886 qu’Ensor peut exposer son œuvre novatrice La Mangeuse d’huîtres pour la première fois au groupe des XX.
Pour autant, ce n’est pas la fin de son calvaire. En 1907, le conseil communal de Liège décide de ne pas acheter l’œuvre pour le musée des Beaux-Arts de la ville.
Heureusement, Emma Lambotte, amie d’Ensor, ne laisse pas tomber le peintre. Elle achète le tableau et l’expose chez elle, dans son salon citoyen.
Engagement social et politique

Les troubles sociaux contemporains de son ascension en tant que peintre, qui virent à la tragédie lors des affrontements meurtriers de 1886 entre ouvriers et garde civique, l’incitent à trouver dans les masses en tant qu’acteur collectif un puissant compagnon d’infortune.
A la fin du XIXe siècle, la capitale belge, est une marmite bouillonnante d’idées révolutionnaires, créatrices et innovantes. Karl Marx, Victor Hugo et bien d’autres, y trouvent exil, parfois brièvement.
Le symbolisme, l’impressionnisme, le pointillisme et l’art nouveau s’y disputent leurs titres de gloire. Pour sa part, Ensor, il faut bien le reconnaître, puisant dans tous les courants, restera un inclassable s’élevant au-dessus des modes, des tendances du moment et des goûts éphémères, et de très loin.
Si Marx s’est trompé sur bien des points, il comprenait bien qu’à une époque où la finance tirait sa richesse de la production, la modernisation des moyens de production portait en germe la transformation des rapports sociaux. Tôt ou tard, et à tous les niveaux, ceux qui produisent la richesse clameront leur juste place dans le processus décisionnel.
Le combat d’Ensor pour un art plus libre reflète et coïncide avec le changement d’époque qui s’opère alors.
Partie de Vienne en Autriche, la crise bancaire de mai 1873 provoque un krach boursier qui marque le début d’une crise appelée la Grande Dépression, et qui court sur le dernier quart du XIXe siècle. Le 18 septembre 1873, Wall Street est pris de panique et ferme pendant 10 jours.
En Belgique, après une période marquée par une vertigineuse industrialisation, la loi Le Chapelier, une loi appliquée en 1791, soit quarante ans avant la naissance de la Belgique, qui interdisait la moindre forme d’organisation d’ouvriers, est abrogée en 1867, mais la grève est toujours un crime sanctionné par l’État.
C’est dans ce contexte qu’une centaine de délégués de représentants de syndicats belges fondèrent en 1885 le Parti ouvrier belge (POB). Réformistes et prudents, ils réclament en 1894, non pas la « dictature du prolétariat », mais une forte « socialisation des moyens de production ».
La même année, le POB obtient 20 % des suffrages exprimés aux élections législatives et compte 28 députés. Il participe à plusieurs gouvernements jusqu’à sa dissolution lors de l’invasion allemande en mai 1940.
Horta, Jaurès et la Maison du Peuple de Bruxelles

L’architecte Victor Horta, grand innovateur de l’Art Nouveau et dont les premières demeures symbolisent un nouvel art de vivre, sera chargé par le POB de construire la magnifique « Maison du Peuple » à Bruxelles, un bâtiment remarquable, fait principalement d’acier, abritant un maximum de fonctionnalités : bureaux, salle de réunion, magasins, café, salle de spectacle…
Le bâtiment fut inauguré en 1899 en présence de Jean Jaurès. En 1903, Lénine y participa au congrès du Parti ouvrier social-démocrate de Russie.
Jean Jaurès prononça d’ailleurs son dernier discours, le 29 juillet 1914, au Cirque Royal de Bruxelles, lors d’une grande réunion de l’Internationale socialiste pour sauver la paix.
En parlant des menaces de la guerre, Jaurès dit :
« Attila est au bord de l’abîme, mais son cheval trébuche et hésite encore ». S’opposant, comme il le fit toute sa vie, à ce que la France se soumît à un rôle subalterne, il dit textuellement : « Si l’on fait appel à un traité secret avec la Russie, nous en appellerons au traité public avec l’Humanité ».
Et il termina son discours, le meilleur de sa vie, par des paroles prophétiques dont voici le texte quasi littéral : « Au début de la guerre, tout le monde sera entraîné. Mais lorsque les conséquences et les désastres se développeront, les peuples diront aux responsables : ’Allez-vous en et que Dieu vous pardonne’ ».
Selon les témoins, à Bruxelles, le discours de Jaurès souleva l’auditoire, composé de milliers de personnes appartenant à toutes les classes de la société. Deux jours plus tard, le 31 juillet 1914, Jaurès, de retour à Paris, est assassiné.
Quant à la Maison du Peuple de Bruxelles, elle fut détruite en 1965 et remplacé par un remarquable chef-d’œuvre de la laideur.
Alimentation doctrinaire

L’art d’Ensor, surtout dans ses gravures, sera l’écho de ce grand chamboulement. Sa critique sociale et politique serpente à travers ses meilleures œuvres, dont aucune n’est peut-être aussi virulente que sa gravure Alimentation doctrinaire (1889/1895) montrant des figures incarnant les pouvoirs en place (Le roi des Belges, le clergé, etc.) littéralement déféquant sur les masses, une sale habitude qui reste bien enracinée chez nos « élites », si l’on revoit le traitement qu’on a infligé, sans la moindre discrimination, à nos « gilets jaunes ».
Ensor, dans ces gravures, présente les grandes revendications du POB : le suffrage universel (voté en 1893, de façon imparfaite, du moins pour les hommes), le service militaire « personnel » (c’est-à-dire pour tous, voté en 1913) et l’instruction universelle obligatoire (votée en 1914).
La revanche
Face à l’injustice et à l’incompréhension, Ensor ne peut plus réprimer sa juste colère. Pour s’amuser, et reconnaissons-le, se venger, il compte bien « se payer » ceux qui l’ignorent, le méprisent et le sabotent, avant tout cette aristocratie belge qui s’accroche à ses privilèges comme les moules aux roches.
Déconstruisant le carcan des règles académiques, s’inspirant de Goya, Ensor se forge alors un langage puissant de métaphores et de symboles.
Dans un premier temps, il veut renvoyer cette élite oligarchique belge, se prétendant hypocritement « catholique », aux fondements mêmes des principes humanistes qu’elle piétine.
Entre 1888 et 1892, Ensor a commencé à traiter des thèmes religieux. Comme le firent aussi Gauguin et Van Gogh, le peintre s’identifie au Christ persécuté.

En 1889, à 28 ans, il peint L’Entrée du Christ à Bruxelles, une vaste toile satirique qui fit sa renommée. Même ses proches, désireux de à se faire reconnaître pour exister, n’en veulent pas. La toile est refusée au Salon des XX où il est question de l’exclure du Cercle dont il est pourtant l’un des membres fondateurs ! Contre le souhait d’Ensor, les « vingtistes », courant vers le succès, se séparent quatre ans après pour se recréer sous le nom de La Libre Esthétique.
Dans cette œuvre, une large banderole rouge renseigne « Vive la sociale » et non « Vive le Christ ». Seul un petit panneau sur le côté applaudit un Jésus, roi de Bruxelles. Mais que diable le prophète, qui a les traits du peintre et presque perdu dans la foule, vient-il faire à Bruxelles ? Le socialisme a-t-il remplacé le christianisme au point que si Jésus revenait aujourd’hui, il le ferait sous la banderole « Vive la sociale », référence à la « République sociale » dont les partisans mettaient en avant le droit au travail, le rôle de l’État dans la lutte contre les inégalités, le chômage et la maladie ?
Pour les amis d’Ensor, il avait perdu la raison. En effet, il fallait « être fou » pour prendre de face, aussi bien l’oligarchie dominante que le peuple dont il espérait obtenir respect et reconnaissance.
L’avocat et critique d’art belge Octave Maus, co-fondateur avec Ensor des XX, a résumé de manière célèbre la réaction des critiques d’art contemporains au « coup de gueule pictural » d’Ensor :
« Ensor est le chef d’un clan. Ensor est sous les feux de la rampe. Ensor résume et concentre certains principes qui sont considérés comme anarchistes. En bref, Ensor est une personne dangereuse qui a initié de grands changements (…) Il est par conséquent marqué pour les coups. C’est sur lui que sont dirigées toutes les arquebuses. C’est sur sa tête que sont déversés les récipients les plus aromatiques des soi-disant critiques sérieux.«
En 1894, invité à exposer à Paris, son œuvre, plus objet intellectif qu’esthétique, suscite peu d’intérêt. Désespéré de ne pas rencontrer le succès, Ensor, persistera avec une peinture survoltée, sauvage, saturée et violemment bariolée.
Squelettes et masques

Très tôt, des têtes de mort, des squelettes et des masques font irruption dans son œuvre. Il ne s’agit pas là de l’imagination morbide d’un esprit malade comme le prétendent ses calomniateurs.
Radical ? Insolent ? Certes ; sarcastique, souvent ; pessimiste ? Jamais ! ; anarchiste ? disons plutôt « esprit gilet jaune », c’est-à-dire fortement contestataire d’un ordre établi ayant perdu toute légitimité et, absorbé par d’immenses manœuvres géopolitiques, marchant comme une horde de somnambules vers la « Grande Guerre » et la Deuxième Guerre mondiale qui vient derrière !
Têtes de morts, symboles de la vérité

Poétiquement, Ensor va ressusciter la métaphore ultra-classique des « Vanités » de la Renaissance, thème en somme très chrétien qui figure déjà dans « Le Triomphe de la Mort », ce poème de Pétrarque qui inspira le peintre flamand Pieter Bruegel l’Ancien ou encore la série de gravures sur bois d’Holbein, « La danse macabre ».
Un crâne juxtaposé à un sablier étaient les éléments de base permettant de visualiser le caractère éphémère de l’existence humaine sur terre. En tant qu’humains, nous rappelle cette métaphore, nous essayons en permanence de ne pas y penser, mais fatalement, nous finissons tous par mourir, du moins sur le plan corporel.
Notre « vanité », c’est cette envie permanente de nous croire éternels.
Ensor, n’hésitait pas à faire appel aux symboles. Pour pénétrer son œuvre, il faut donc savoir lire le sens qu’ils « cachent ». Visuellement, face au triomphe du mensonge et de l’hypocrisie, Ensor, en bon chrétien, érige donc la mort en seule vérité capable de donner du sens à notre existence. C’est elle qui triomphe sur notre existence physique.
Les masques, symbole du mensonge.

Petit à petit, comme dans La Mort et les masques (1897) (image en tête d’article), l’artiste va dramatiser encore un peu plus cette thématique en opposant la mort à des masques grotesques, symbole du mensonge et de l’hypocrisie des hommes. 1
Souvent dans ses œuvres, dans une inversion sublime des rôles, c’est la mort qui rit et ce sont les masques qui hurlent et pleurent, jamais l’inverse.
On dira que c’est grotesque et effroyable, mais en réalité, ce n’est que normal : la vérité rit lorsqu’elle triomphe et le mensonge pleure lorsqu’il voit sa fin arriver ! A cela s’ajoute, que lorsque la mort revient parmi les vivants et montre la flamme tremblante du chandelier, ces derniers hurlent, alors que la première a un gros avantage : elle est déjà morte et donc apparaît vit sans crainte !
Pensant sans doute à cette aristocratie bruxelloise qui accourut à Ostende pour y faire trempette, Ensor écrit :
« Ah ! Il faut les voir les masques, sous nos grands ciels d’opale et quand barbouillés de couleurs cruelles, ils évoluent, misérables, l’échine ployée, piteux sous les pluies, quelle déroute lamentable. Personnages terrifiés, à la fois insolents et timides, grognant et glapissant, voix grêles de fausset ou de clairons déchaînés.«
Ce même Ensor fustigea également les mauvais médecins tirant un immense ver solitaire du ventre d’un patient, les rois et les prêtres qu’il peignit « chiant » littéralement sur le peuple. Il pourfend les poissardes des bars, les critiques d’art qui n’ont pas vu son génie et qu’il peint sous la forme de crânes se disputant un hareng saur (jeu de mot sur « Art Ensor »).
Les Carnets du Roi
En 1903, un scandale d’une ampleur inédite éclate et secoue la Belgique, la France, et les pays voisins. Les Carnets du Roi, un ouvrage publié anonymement à Paris, et rapidement interdit à Bruxelles, dresse le portrait d’un autocrate à barbe blanche.
Sans le nommer, on y voit aisément Léopold II, le roi des Belges. Arrogant, prétentieux et roublard, il se révèle plus soucieux de s’enrichir et de collectionner les maîtresses que de veiller au bien commun des citoyens et au respect des lois d’un état démocratique. L’ouvrage, publié par un éditeur belge installé à Paris, avait jailli sous la plume d’un écrivain belge de la région liégeoise, Paul Gérardy (1870-1933), par hasard, un ami d’Ensor.
L’histoire des Carnets du Roi est avant tout celle d’un monarque dont on ne manque pas de se gausser par l’écrit et le dessin durant tout son règne, mais dont on critique également de façon extrêmement virulente, les méthodes utilisées pour gouverner son domaine personnel du Congo.
Divisé en une trentaine de courts chapitres, l’ouvrage se présente comme une suite de lettres et de conseils que le roi vieillissant adresse à celui qui devrait bientôt lui succéder sur le trône, son neveu Albert, par la suite protecteur d’Ensor et très impliqué avec son ami Albert Einstein qu’il accueillit en Belgique, à prévenir l’avènement de la Deuxième Guerre mondiale.
Dans Les Carnets, véritable satire, le monarque explique combien l’hypocrisie, le mensonge, la trahison et le double langage sont nécessaires à l’exercice du pouvoir : non pas pour assurer le bien des « gens du peuple » ou la stabilité de l’État monarchique, mais tout simplement pour s’enrichir sans vergogne. Les pages consacrées à l’exploitation des populations du Congo et au « rétablissement de l’esclavage » (sic) par un roi qui passait, via l’explorateur Stanley, pour en avoir été l’un des éradicateurs, sont d’une impitoyable lucidité.
Elles rejoignent les dénonciations les plus autorisées du monarque à la barbe blanche, à qui Gérardy prête ces mots :
« J’ai eu soin de faire publier que je n’étais soucieux que de civiliser les nègres, et comme cette sottise était affirmée avec sincérité par quelques convaincus, on y a cru rapidement et cela m’évita quelques ennuis.«
Rencontre avec Albert Einstein
Après 1900, des premières expos lui sont consacrées. Verhaeren écrit sa première monographie. Mais, curieusement, ce succès a désamorcé sa force de peintre. Il se contente de répéter ses thèmes favoris ou de s’autoportraiturer, y compris en squelette. Il reçoit en 1903 l’Ordre de Léopold. Enfin reconnu !

Le monde entier défile à Ostende pour le voir. Au début de l’année 1933, Ensor y rencontre Albert Einstein, de passage en Belgique après avoir fui l’Allemagne. Einstein, qui a résidé pendant quelques mois à Den Haan, non loin d’Ostende, fut protégé par le roi des Belges, Albert Ier, avec qui il se coordonne pour tenter d’empêcher une nouvelle guerre mondiale.
Si l’on prétend qu’Ensor et Einstein ne se comprenaient guère, la citation suivante indique plutôt le contraire. Ensor, toujours lyrique, aurait dit :
« Louons tous promptement le grand Einstein et ses ordres relatifs, mais condamnons l’algébrisme et ses racines carrées, les géomètres et leurs raisons cubiques. Je dis que le monde est rond….«
En 1929, le roi Albert Ier accorde le titre de baron à James Ensor.
En 1934, à l’écoute de tout ce qu’apporte Franklin Roosevelt et voyant la Belgique prise dans le tumulte du krach de 1929, le roi des Belges missionne son Premier ministre De Broqueville pour réorganiser le crédit et le système bancaire à l’instar du modèle du Glass-Steagall Act adopté aux Etats-Unis en 1933.
Le 17 février 1934, lors d’une escalade à Marche-les-Dames, Albert I décède dans des conditions jamais élucidées. Le 6 mars, De Broqueville fait un discours au Sénat belge sur la nécessité de faire son deuil du Traité de Versailles et d’arriver à une entente des Alliés de 1914-1918 avec l’Allemagne sur le désarmement, faute de quoi on irait vers une nouvelle guerre…
De Broqueville entame ensuite avec énergie la réforme bancaire. Ainsi, le 22 août 1934 sont promulgués plusieurs Arrêtés Royaux notamment l’Arrêté n°2 du 22 août 1934, relatif à la protection de l’épargne et de l’activité bancaire, imposant une scission en sociétés distinctes, entre banques de dépôt et banques d’affaire et de marché.
Bombes picturales
A partir de 1929, Ensor est surnommé le « prince des peintres ». L’artiste a une réaction inattendue face à cette reconnaissance trop longtemps attendue et trop tard venue à son goût : il abandonne la peinture et consacre les dernières années de sa vie exclusivement à la musique contemporaine avant de mourir en 1949, couvert d’honneurs.

En 2016, une toile d’Ensor de 1891, surnommée « Squelette arrêtant masques », restée dans la même famille depuis près d’un siècle et inconnue des historiens, s’est vendu à 7,4 millions d’euros, record mondial pour cet artiste.
Au centre, la mort (ici un crâne coiffé du bonnet en peau d’ours typique du 1er régiment de grenadiers) prise à la gorge par d’étranges masques qui pourraient représenter les souverains de pays préparant les prochains conflits. Les masques (le mensonge) s’apprêtent à étrangler sans succès la vérité (la tête de mort) ? Ainsi, plus de cent ans plus tard, les bombes picturales d’Ensor explosent encore joyeusement à la tête des esprits étroits et frileux, des bourgeois enfarinés et des pisse-vinaigre, comme il l’aurait dit lui-même.
- En 1819, un autre artiste, le poète anglais Percy Bysshe Shelley avait composé son poème politique Le Masque de l’Anarchie en réaction au massacre de Peterloo (18 morts, 700 blessés) lorsque la cavalerie chargea une manifestation pacifique de 60 000 à 80 000 personnes rassemblées pour demander une réforme de la représentation parlementaire. Dans cet appel à la liberté, il dénonce une oligarchie tuant à sa guise (l’anarchie). Loin d’un appel à la contre-violence anarchique, il s’agit peut-être de la première déclaration moderne du principe de résistance non violente. ↩︎
Le Bac (d’après Pierre Billet)



Sète, vue sur le Golfe du Lion



